23 Febbraio 2013

I valori, l'idealismo e il beneficio sorprendente che precede l'agire

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«Per essere, la fede cristiana ha bisogno del rito. Da sempre è stata possibile solo grazie ai sacramenti. Da sempre il rito è stato per la fede anche un rischio; al riguardo è d’obbligo la citazione dei profeti, e insieme del vangelo, misericordia voglio e non sacrificio (Matteo, 12, 7; Osea, 6, 6)». Così inizia un articolo di Giuseppe Angelini sull’Osservatore romano del 18-19 febbraio che lamenta una non piena comprensione della liturgia da parte della teologia. Nel suo scritto Angelini, tra l’altro, critica l’attuazione della riforma liturgica, con queste parole: «Non sorprende che l’attuazione della riforma abbia lasciato largo spazio all’invenzione esoterica, alla didascalia e a ingenue trasgressioni del codice rituale, per sorprendere. Nella sostanza ignorata è rimasta la questione della distanza tra rito e morale nella cultura moderna. La distanza pesa anche sulle forme della predicazione morale. Incoraggia cioè la resa a  quella deriva “idealistica”, che trova trasparente espressione nel lessico inflattivo dei “valori” (magari “non negoziabili”). Il ricorso al lessico dei valori — i chierici non se ne rendono conto — è figlio della secolarizzazione, che condanna alla censura non soltanto Dio, ma anche il profilo morale dell’agire. I valori, come le stelle in cielo, sono fuori dal mondo; le figure dell’agire sulla terra, mediante le quali soltanto si mostra ciò che vale, rimangono fuori del discorso. La comprensione cristiana dei comandamenti di Dio certo non è idealistica; riferisce invece i comandamenti alla memoria dei benefici di Dio, e quindi al cammino umano da essi istituito». 

Quindi, proseguendo il suo scritto, spiega: «Per chiarire la correlazione originaria tra morale e rito, è indispensabile ripensare a fondo la teoria dell’agire, e prendere anzitutto atto del suo carattere processuale. L’uomo diventa capace di volere attraverso una vicenda, e non in forza di una semplice facoltà “naturale”. Per diventare capace di volere, è indispensabile un cammino, che procede dall’esperienza originaria della grazia, del beneficio sorprendente che lo anticipa; appunto la memoria di quel beneficio dà forma alla promessa, e quindi al cammino che determina il contenuto del comandamento».

Nota a margine. Sono complesse queste riflessioni di Angelini e abbiamo indugiato a pubblicarle perché sembrano rivolte a un pubblico specialistico. E però sono di una bellezza sorprendente.

Intelligente l’accenno alla riforma liturgica: immaginata per semplificare (es. uso della lingua volgare) invece, nella pratica, conosce cadute esoteriche e accorgimenti dati per “sorprendere”, come se toccare i cuori dei fedeli fosse compito del celebrante e non del Signore. Ma ancora più bella la parte in cui spiega che i valori, i comandamenti del Signore, non possono essere termine di volontà e sequela se non per un “beneficio sorprendente” (espressione bellissima) precedente. Ascrivere l’alternativa (ovvero il valore come premessa sufficiente all’agire umano) a una deriva idealistica, quindi alla secolarizzazione cui si vorrebbe invece far argine, è intuizione di sorprendente intelligenza e conforto.