16 Gennaio 2013

De Villepin, la guerra in Mali e il «virus neo-conservatore»

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Dominique de Villepin

Tre uomini simbolo della politica estera francese dell’ultimo decennio, tre posizioni diverse. Da un lato c’è Bernard-Henry Lévy, intellettuale della sinistra francese ormai sempre in primo piano nell’invocare “interventi umanitari” in tutto il mondo: dopo aver reclamato a gran voce l’intervento in Libia, dopo una lunga campagna per sostenere un attacco contro la Siria, sul Corriere della Sera del 15 gennaio Lévy esulta per l’attacco contro i terroristi del Mali perché «riafferma l’antica dottrina della guerra giusta» e «restituisce alla Francia il suo ruolo in prima linea nella lotta per la democrazia».

Più sofferta la posizione di Bernard Kouchner, fondatore di Médecins sans Frontières e ministro degli esteri di Nicolas Sarkozy: «Siamo stati costretti a questo intervento, anche se non era compito nostro. Ci è stato chiesto dai nostri amici, dal popolo del Mali, con l’avallo della comunità internazionale», ha detto Kouchner, che da ministro ha promosso l’intervento francese in Libia, alla Cnn.

Una critica senza appello è arrivata invece da Dominique de Villepin, titolare della politica estera francese ai tempi della presidenza Chirac. Fu lui, a partire dal 2003, a rappresentare la posizione contraria alla guerra in Iraq voluta da George Bush e Tony Blair. In un articolo intitolato No, la guerra non è la Francia e pubblicato sul Journal du Dimanche, de Villepin ha scritto: «Come ha fatto il virus neo-conservatore a diffondersi così nell’animo dei francesi? L’unanimismo della chiamata alle armi, l’apparente fretta, il deja-vu degli argomenti sulla “lotta al terrorismo” mi spaventano». La preoccupazione dell’ex ministro è che per questo intervento «nessuna delle condizioni necessarie a una buona riuscita dell’operazione si verifichi. Combatteremo al buio. Fermare l’avanzata verso sud dei jihadisti e sradicare le basi di Al Qaeda nel Maghreb islamico sono due guerre distinte».

Due guerre che la Francia da sola potrebbe non avere gli strumenti per combattere. Ed è per questo che l’aiuto degli Stati Uniti, col sostegno dei loro droni e della loro intelligence, potrebbe risultare decisivo. Ma le guerre si sa quando iniziano, non quando finiscono.

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