14 Gennaio 2013

Prodi e i cattolici in politica

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In una lettera indirizzata al Corriere della Sera del 13 gennaio, Romano Prodi riflette sulle vicende politiche italiane, in particolare sul presunto appoggio dato da autorità ecclesiali al centro di Mario Monti, poi ritirato con successivo annullamento dell’assemblea dell’associazionismo cattolico (la cosiddetta Todi 3). In seguito a questi avvenimenti, scrive Prodi: «La collocazione dei cattolici militanti in diverse caselle politiche (evento che ritengo importante e positivo per la storia religiosa e politica italiana) è apparsa come un fatto scontato, quasi ovvio.

Come se gli avvenimenti degli ultimi anni avessero silenziosamente insegnato quanto siano delicate e non sempre positive le conseguenze di una stretta alleanza della Chiesa con un singolo leader o con uno specifico partito politico, pur nobile o corretto che esso sia.

Si sta cioè quasi istintivamente affermando nel mondo cattolico italiano (…) la convinzione che a coloro che operano nella vita pubblica sia sopratutto richiesto di portare un positivo contributo di esperienza, di etica e di dottrina nelle diverse appartenenza alle quali si decide di aderire in base alle proprie complesse scelte di carattere politico e culturale.

Essi sentono soprattutto un dovere: cercare di essere,  seguendo la propria coscienza e i principi elementari del Vangelo, il lievito di una società sempre più secolarizzata, pluralistica e perciò sempre più bisognosa  di un positivo fermento sviluppato dall’interno».

Nota a margine. Pur non piacendo l’idea che i cattolici in politica debbano per forza essere militanti (termine nel quale sono difficilmente collocabili figure eminenti come De Gasperi e La Pira), certe idee di questa missiva risultano di certo interesse. In particolare quella evangelica del lievito. Vale in politica, vale in altro. Seguendo l’esempio, troppo lievito rovina l’impasto: anche per questo De Gasperi volle che la Dc fosse un partito aperto alla società civile e al mondo laico.