10 Gennaio 2013

La realtà, la domanda e la Grazia che scioglie

di Fabio Pierangeli
Tempo di lettura: 4 minuti

Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo

«Nessun poeta, oggi, può ignorare la disperata domanda, anche inconscia, degli altri viventi. Più che mai, la ragione della sua presenza nel mondo è di cercare una risposta per sé e per loro». Così Elsa Morante in un appunto del 1971 presente nella bella mostra a lei dedicata nella Biblioteca Nazionale di Roma.

Una frase che può essere una buon viatico per incamminarsi all’approfondimento dei rapporti tra due dei maggiori “poeti” della seconda metà del secolo scorso, contemporanei della grande scrittrice di Menzogna e sortilegio, Pasolini (di cui Elsa era amica) e Giovanni Testori. Nati a pochi mesi di distanza, il primo nel 1922, il secondo nel 1923, distanti geograficamente (il Friuli e Roma da una parte, Milano dall’altra) presentano non pochi tratti convergenti, a cominciare dalla folgorazione pittorica contratta dal comune Maestro Roberto Longhi, dalla quale derivano per Testori un’attività frenetica di storico dell’arte e pittore in proprio e per Pasolini la limpida poetica massaccesca dei volti inquadrati per lunghi minuti in memorabili riprese cinematografiche, l’amore per la pittura, un non trascurabile serie di dipinti o schizzi. Nel bellissimo catalogo dell’Associazione Testori, Pasolini a Casa Testori, dipinti, disegni, lettere e documenti, per la cura di Giovanni Agosti e Davide Dall’Ombra si approfondiscono, per stanze e tematiche, proprio attraverso la presentazione dell’opera pittorica di Pasolini, i rapporti tra i due autori, ancora tutti da approfondire e studiare. 

Pier Paolo Pasolini

Sicuramente forte è l’amore per la realtà. Per Pasolini, ad esempio, il cinema permette di raggiungere «la vita in modo più completo … di mantenere il contatto con la realtà, un contatto fisico, carnale, direi addirittura sensuale». E ancora: «Esprimendomi con il cinema non esco mai dalla realtà … mi ci è voluto il cinema per capire una cosa enormemente semplice, ma che nessun letterato sa. Che la realtà si esprime da sola; e che la letteratura non è altro che un mezzo per mettere in condizione la realtà di esprimersi da sola quando non è fisicamente presente».
E Testori: «Non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla Creazione. […] Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto, non ci sono altri precetti».
Non si tratta di verismo o realismo come “generi letterari”, ma propriamente di primato della realtà. Avvertita in modi diversi ma convergenti, innanzitutto come domanda, drammatica o liberante, come indica la bella espressione della Morante da cui abbiamo iniziato.
Scrive Testori subito dopo la morte di Pasolini, parole tra le sue più lucide, nel periodo della Trilogia degli Scarozanti: «Sull’atroce morte di Pasolini si è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui egli non ha potuto non andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la sera o la notte, a volere, a cercare quegli incontri? La risposta è complessa, ma può agglomerarsi credo, in un solo nodo, in un solo nome: la coscienza e l’angoscia di essere diviso, dell’essere soltanto una parte di una unità che, dal momento del concepimento non è più esistito; insomma la coscienza e l’angoscia dell’essere nati e della solitudine che fatalmente ne deriva. La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente che pare privilegiare coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, s’ha abitudine a chiamare diversi… E si resta soli, prigionieri senza scampo, dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e verso il nulla verso cui andiamo; comincia a crescere dentro di noi un bisogno d’infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un qualcuno, un qualcosa che ci illuda, forse solo per un momento, di poter distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre quell’unità lacerata e perduta […]. La vicinanza della morte chiama ancora più vita; e questo più e troppo di vita che cerchiamo fuori di noi, in quegli incontri, in quegli occhi, in quelle labbra, non fa altro che avvicinare ulteriormente la fine. Così

Giovanni Testori

chi ha voluto veramente e totalmente la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le mani stesse della morte che farà strazio e ludibrio. A meno che il dolore non insegni la “via crucis” della pazienza. Ma è una cosa che il nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, di quali attese, di quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzioni di quegli occhi e di quelle labbra?».

Un «bisogno d’infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un qualcuno», dentro «un vuoto volgare», come nel finale di Teorema, dove il protagonista, nudo, corre in mezzo al deserto, con un urlo strozzato in gola, emblema di «una domanda a cui non sa rispondere».

Del resto Pasolini, dopo le riprese del Vangelo secondo Matteo scriveva a don Giovanni Rossi della Pro Civitate di Assisi, in qualche modo complice dell’idea del film: «Sono “bloccato”, caro Don Giovanni, in modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio».

13 Marzo
Per la Quaresima