9 Gennaio 2013

Dove i me versi…

Tempo di lettura: 3 minuti

Dove i me versi me portarìa,


Acarezandoli come voialtri,


No’ so fradeli.


Tocadi i limiti del me valor,

Forse mi stesso me inganarìa,


Crederìa sacra l’arte, e la gloria,


Più che l’onor.

O forse alora mi capirìa,


Megio d’ancùo, più dentro in mi,


Quelo che i versi no’ pol mai dar.


Pur no’ savendo esser un santo,


A testa bassa de fronte ai santi,


Par la me ànema mi pregarìa,


No’ più ascoltandome nel mio pregar.

Giacomo Noventa

Traduzione. Dove i miei versi mi porterebbero, 
/ Se li accarezzassi come [fate] voialtri,
 / Non so, fratelli.
 / Toccati i limiti del mio valore,
 / Forse io stesso mi ingannerei,
 / Crederei sacra l’arte, e la gloria,
 / Più che l’onore. // O forse allora io capirei,
 / Meglio d’oggi, più dentro in me,
 / Quello che i versi non possono mai dare.
 / Pur non sapendo essere un santo,
 / A testa bassa di fronte ai santi,
 / Per la mia anima io pregherei,
 / Non più ascoltandomi nel mio pregare.

 

Franco Fortini osservò che secondo Giacomo Noventa «la sola poesia degna è quella che riconosce i suoi limiti».

Nato a Noventa di Piave (Venezia) nel 1898 e morto a Milano nel 1960, Giacomo Ca’ Zorzi (Noventa è cognome ricavato proprio dal paese d’origine) scrisse le sue poesie soprattutto negli anni Trenta: le diffondeva oralmente, o attraverso missive agli amici, o per mezzo di riviste, utilizzando anche un ulteriore pseudonimo, Piero Sarpi. Fu solo nel 1956 che apparve una prima antologia e, poi, nel 1975, una raccolta per Mondadori.

In questi versi – «i me versi», scritti, al pari della quasi totalità della sua produzione lirica, in una “lingua veneta” «in cui», spiegò Giovanni Giudici, «confluiscono il dialetto veneziano di terraferma […] e gli apporti “italiani” di un certo tipo di parlanti colti di quell’area» – Noventa si rivolge ai propri “fratelli” poeti ricordando loro, e a sé stesso, come non di rado la tentazione di chi fa arte con le parole sia esattamente il non riconoscimento dei propri limiti, l’autocompiacimento e la sacralizzazione della propria opera («Crederìa sacra l’arte»).

Al di là della polemica letteraria e ideologica – che vide Noventa avversare, oltre che l’idealismo, anche la poetica dell’ermetismo, e che lo condusse a scegliere il dialetto (sebbene in una forma antivernacolare, colta e raffinata) come ironico contraltare a ogni sopravvalutazione del pensiero umano operata con l’uso di un linguaggio a suo avviso sempre più disinteressato a nominare le cose («El saor del pan e la luse del çiel», «Il sapore del pane e la luce del cielo») –, in questa lirica il poeta veneto si chiede che cosa proverebbe nell’”accarezzare” i propri versi, nel compiacersene, appunto: essi gli farebbero constatare, forse, i loro limiti, la loro ultima incapacità («Quelo che i versi no’ pol mai dar», «Quello che i versi non possono mai dare») a esprimere pienamente il mistero suggerito dalla realtà («Ogni ùn che se esprime se perde», «Chiunque si esprima, si perde», si legge in un’altra lirica). Mistero che le parole poetiche – le quali, a parere di Noventa, nulla hanno di eroico o di sublime – possono soltanto intuire e umilmente interrogare, fino a diventare, nel loro esito più alto, domanda, preghiera silenziosa («No’ più ascoltandome nel mio pregar»).

Come la preghiera dei santi, i poeti più “esperti” al cospetto dei quali egli vorrebbe trovarsi: «Nec lingua valet dicere, / nec littera exprimere: / expertus potest credere / quid sit Iesum diligere», «Non vi è  lingua capace di dirlo, / non vi è scritto capace di descriverlo: / chi ne ha fatto esperienza può credere / che cosa sia amare Gesù».  

Così si legge nell’inno Iesu dulcis memoria, una antica e bellissima poesia attribuita a san Bernardo.

Paolo Mattei

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