29 Luglio 2022

Ucraina: i vari livelli della guerra e le analogie con il Vietnam

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Un immagine del cortile della prigione di OlenivkaA Olenivka, area del Donbass controllata dai russi, è stata colpita da missili una prigione nella quale erano ristretti detenuti ucraini provenienti da Mariupol, si legge sull’Associated Press. Un obiettivo insolito per un bombardamento, che ha provocato 53 vittime.

L’AP spiega che secondo i russi l’obiettivo era quello di chiudere la bocca ai neonazisti prigionieri che avevano iniziato a parlare dei crimini pregressi; secondo gli ucraini i russi hanno voluto nascondere i propri crimini, cioè le torture sui detenuti.

L’AP afferma di non aver potuto verificare quale sia la verità. Potremmo fermarci qui, se non che anche senza verifiche si può applicare la ragione, che indica come più plausibile la versione russa, dal momento che per coprire le eventuali torture si potevano usare mezzi meno rumorosi e costosi (Abu Graib, la prigione degli orrori gestita dagli Usa in Iraq, fu semplicemente chiusa).

Anche l’accenno dell’AP a detenuti provenienti da Mariupol, difesa allo stremo dal battaglione Azov, sembra confermare la versione russa, secondo i quali l’attacco voleva inviare un segnale ai miliziani catturati nel caso volessero pentirsi e riferire crimini.

I russi dicono che la prigione è stata colpita con i lanciamissili HIMARS, che hanno un margine di errore di soli nove metri, come scrivono gli esperti di Repubblica, così che, se vera la narrazione russa, si voleva colpire proprio il carcere (en passant, si può notare il titolo dell’articolo di Repubblica citato: “Con le super armi, la guerra finisce”… opinabile).

In genere non riferiamo cronaca di guerra, ma tale notizia ci sembrava di interesse perché indicativa di un conflitto a più livelli, dove i combattimenti sul fronte si intersecano con altri, più segreti.

Così anche l’annuncio che il Segretario di Stato Antony Blinken contatterà il ministro degli Esteri Sergej Lavrov deve essere letta a più livelli. Ufficialmente parleranno di uno scambio di prigionieri civili: un’americana detenuta dai russi per traffico di droga per un trafficante d’armi russo prigioniero negli States.

Troppo alto il livello dell’incontro per uno scambio di così basso tenore, soprattutto se si tiene presente che russi e americani non si parlano dall’inizio della guerra. Più probabile che il riferimento ai prigionieri sia ai tanti americani inviati in Ucraina sotto mentite spoglie, caduti nelle mani dei russi, per i quali gli Usa non possono trattare in via ufficiale.

Non solo, a novembre c’è il G-20 in Indonesia, che vedrà presenti sia Putin che Biden. A oggi un incontro è impossibile, ma potrebbe esserlo in futuro.

Se Blinken si è scomodato – e lo ha fatto dopo che gli Usa hanno dovuto ammettere che due “volontari” americani erano morti in Ucraina – vuol dire che i prigionieri americani sono legione… a proposito dell’andamento della guerra.

Significativo che l’annuncio dell’incontro sia stato anticipato da un articolo del New York Times, giornale di riferimento del partito democratico, che chiedeva agli americani di parlare con i russi per iniziare a cercare un compromesso. Va letto per capire quanto sta accadendo.

Al di là di ipotesi e prospettive, è di interesse un articolo di Rick Sterling su Antiwar che rammentata i discorsi con i quali Lyndon Johnson giustificò l’impegno americano in Vietnam, praticamente identici a quelli spesi adesso per il sostegno all’Ucraina.

Così l’allora presidente degli Stati Uniti: “Dobbiamo combattere se vogliamo vivere in un mondo nel quale ogni paese possa plasmare il proprio destino e solo in un mondo del genere la nostra stessa libertà sarà sicura […] ci siamo impegnati ad aiutare il Vietnam del Sud a difendere la sua indipendenza e Intendo mantenere quella promessa. Disonorare quella promessa, abbandonare la piccola e coraggiosa nazione ai suoi nemici e al terrore che seguirà, sarebbe un torto imperdonabile”.

“Siamo in quel Paese – ha affermato – per rafforzare l’ordine internazionale […] Abbandonare il Vietnam al suo destino scuoterebbe la fiducia del mondo nel valore di un impegno americano”.

Anche allora si diceva che era indispensabile vincere per evitare l’effetto domino, cioè il dilagare del comunismo nel mondo, come ora si deve battere la Russia per impedire che aggredisca altri Paesi. Nonostante la vittoria del Vietnam, l’effetto domino non ci fu, come non ci sarebbe se la Russia vincesse in qualche modo la guerra ucraina (sul punto vedi anche Piccolenote).

Sterling ricorda poi come le cronache di guerra di allora riferissero costantemente i successi di Saigon “fino a quando l’offensiva del Tet del 1968 disvelò bugie e realtà”. La situazione appare del tutto analoga, anche per quanto riguarda l’impegno americano, che nei primi anni inviò in Vietnam solo “consiglieri militari”, come adesso i volontari. E anche allora l’impegno Usa registrò un incremento, spaventoso quanto vano, di uomini e armamenti.

Di interesse valutare la parabola del Vietnam anche sotto un altro profilo. L’America, per far fronte alla guerra, commissariò praticamente il Vietnam del Sud, con il presidente Ngô Đình Diệm portato sugli scudi, tanto che Johnson lo definì “il Churchill del sud-est asiatico”. Il suo regime divenne sempre più corrotto e autoritario, fino a quando l’America non si stancò e appoggiò un colpo di Stato e finì assassinato… oltre che dai nemici, Zelensky deve guardarsi anche dagli amici.