22 Luglio 2022

L'accordo sul grano ucraino e il nuovo Medio oriente

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Le delegazioni di Russia e Ucraina al tavolo dei negoziati di Istanbul

La Turchia e le Nazioni Unite hanno annunciato l’accordo tra Russia e Ucraina per riavviare il commercio del grano rimasto bloccato nei porti del Mar Nero. La firma è avvenuta a Istanbul, e qui avrà sede la base operativa che coordinerà la navigazione della zona, evitando ai mercantili i rischi della guerra.

Inutile sottolineare l’importanza di tale intesa, la prima e vera tra i due Paesi in guerra, che permetterà di alleviare la crisi alimentare che incombe sui Paesi poveri e i rincari di tale bene essenziale in quelli ricchi.

Al netto dei rischi di possibili sabotaggi, che restano, va registrato che Erdogan, il quale già aveva tentato di avviare negoziati di pace tra i duellanti – in una missione impossibile favorita tacitamente dal governo israeliano – incassa un grande successo, di notevole prestigio internazionale.

La firma avviene a pochi giorni dalla visita di Putin in Iran, dove ha incontrato il presidente turco e le massime autorità iraniane, il presidente Raisi e l’ayatollah Khamenei. Il fatto che il presidente russo abbia voluto volare fino a Teheran, il secondo viaggio all’estero dall’inizio della guerra ucraina, denota l’importanza che accredita a tale spazio geografico.

In tal modo ha inteso sigillare il ritorno in grande stile della Russia nella regione, dalla quale era stata espulsa alla fine della Guerra Fredda, ritagliandosi il ruolo di garante dell’intesa tra Iran e Turchia, che può creare oasi di distensione nell’area più tormentata della terra.

Un’intesa che supera la dialettica, che pure resta tra Teheran e Ankara, date le mire turche sulle regioni controllate dai curdi in Iraq e Siria, che la pongono in aperto contrasto con Damasco e Baghdad, con le quali l’Iran ha rapporti privilegiati

Erdogan ha annunciato da tempo la ripresa della campagna contro i curdi, ma l’iniziativa ha incontrato il niet di russi e iraniani. Sul punto appare più che significativo il fatto che, in concomitanza del vertice di Teheran, il comandante del contingente russo di stanza in Siria abbia incontrato i leader delle Forze democratiche siriane (SDF), la più importante organizzazione curda (North press agency). Resta da vedere se e quanto le aspre conflittualità terminali verranno sopite.

Al di là del particolare –  purtroppo non secondario perché si tratta di vite umane – va registrato come la gestione delle complessità sia diventata parte essenziale della politica estera russa, che persegue i suoi interessi geopolitici tentando di coordinarsi con gli interessi dei Paesi con cui si rapporta; mentre quella americana si basa su un rapporto di tipo clientelare, che vede gli interessi degli Stati clienti subordinati a quelli del dominus (con Israele come una relativa eccezione a tale regola).

Tale diversità di approccio ha permesso alla Russia di interloquire anche con i Paesi tradizionalmente legati all’America, come è avvenuto con i Paesi del Golfo, che hanno dimostrato tutta la loro riluttanza alle richieste di Washington di intrupparsi nella crociata anti-russa.

Disposizione che la visita di Biden non ha mutato, come dimostra l’articolo di al-Jazeera che racconta i retroscena dell’incontro tra Biden e Mohamed bin Salman, nel quale il principe ereditario saudita non è stato affatto conciliante.

Nella nota, anche il commento di un importante funzionario dell’amministrazione Usa, il quale, pur dichiarando che la “deriva” di alcuni Paesi arabi verso Cina e Russia è stata “arrestata e in alcuni casi invertita”, ha concluso: “Questi paesi hanno relazioni con l’Iran [sic]. Hanno relazioni con la Cina […] Mi dispiace, ma le relazioni con la Russia e con la Cina sono naturali e proseguiranno”.

Così non sorprende che “a meno di settimana dalla visita di Biden in Arabia saudita”, bin Salman abbia telefonato a Putin per confrontarsi sui problemi petroliferi del mondo. Il virgolettato è ripreso da un titolo di Axios che evidenza non certo a caso la tempistica sincopata: se lo fa è per suggerire la scarsa rilevanza che bin Salman ha accreditato all’incontro con Biden.

Non solo la Russia. La grancassa mediatica Usa aveva assicurato che la visita del presidente americano avrebbe rilanciato gli accordi di Abramo, legando ancor più gli Stati sunniti del Golfo a Israele, e rilanciato l’asse anti-Iran (che in prospettiva dovrebbe prendere la forma di una sorta di Nato mediorientale con Israele nel ruolo di socio di maggioranza).

Non è andata proprio così. Riprendiamo da al Manar: “Giovedì 21 luglio il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian ha annunciato che ‘gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait intendono inviare i loro ambasciatori a Teheran nel prossimo futuro’”. La riapertura delle ambasciate, chiuse da anni, sarebbe solo il sigillo finale dei negoziati che si stanno svolgendo tra le parti per appianare i contrasti pregressi.

E trattative sono state aperte, seppur in modo riservato, anche tra Teheran e Riad sui temi della sicurezza regionale. Abdollahian ha parlato anche di questi negoziati, in questi termini: “il ministro degli Esteri iracheno ci ha informato la scorsa settimana che l’Arabia Saudita è pronta a convertire i colloqui sulla sicurezza in negoziati politici e pubblici”.

Tutti segnali di un fermento nuovo che sta attraversando il mondo.