19 Luglio 2022

Sri Lanka: una Maidan nel cuore dell'Oceano Indiano

Tempo di lettura: 3 minuti

Per alcuni giorni la crisi dello Sri Lanka ha occupato lo spazio mediatico in maniera massiccia e altro spazio le verrà tributato in futuro, data la rilevanza geopolitica dell’isola, da tempo crocevia di tanti interessi a causa della sua collocazione strategica nel sempre più cruciale Oceano Indiano.

Non per nulla nei decenni passati lo Sri Lanka è stato dilaniato da una feroce guerra intestina (supportata da attori esterni), che ha visto il governo opporsi alle feroci tigri Tamil. Finita la guerra, sembrava che la situazione potesse stabilizzarsi, ma la contesa tra Usa e Cina ha riportato l’isola al centro delle tensioni internazionali, soprattutto dopo che Pechino ha iniziato a investirvi.

Così torniamo alla crisi attuale, che i media hanno descritto come una rivolta popolare prodotta da una tragica crisi economica. Da qui la folla che assalta i palazzi del potere e la fuga del presidente Gotabaya Rajapakasa.

A innescare la crisi economica l’incapacità del governo, le ristrettezze causate dalla pandemia e dalla guerra ucraina, ma soprattutto la trappola del debito innescata dai finanziamenti giunti dalla Cina, identificata così come la principale responsabile del disastro.

Jean-Pierre Page, co-fondatore dell’Osservatorio sulla globalizzazione e caporedattore di La Pensée libre, che ha vissuto in Sri Lanka per 15 anni, dà una lettura meno superficiale, che riprendiamo dal sito al Manar.

Anzitutto Page afferma che la narrazione riguardo alla trappola del debito cinese è “una spudorata bugia”, dal momento che solo il 10% del debito del Paese è impegnato con Pechino, mentre il restante 90% è nelle mani della finanza occidentale.

Quindi spiega chi sia Gotabaya Rajapakasa, fratello del più carismatico ex presidente dello Sri Lanka, Mahinda, quest’ultimo da sempre bersaglio di critiche feroci da parte dell’Occidente per le sue idee e la sua influenza nel Paese (per inciso, Mahinda è ancora in Sri Lanka).

Rajapakasa fu eletto presidente nel 2019 con un vero e proprio diluvio di voti, ma si trovò a gestire il Paese nel periodo della pandemia, che ha quasi azzerato le rimesse dall’estero, una delle maggiori entrare del Paese.

Ma ha fatto tanti errori, spiega Page, tra i quali la cessione dei terreni statali alle multinazionali e anche all’esercito americano, che intende fare del Paese un’enorme “portaerei” per la sua disfida con la Cina.

Tale cedimento agli Usa non è casuale, afferma Page, dal momento che, prima di diventare presidente, Rajapakasa era un cittadino americano, così come il fratello Basil, chiamato a dirigere il ministero dell’Economia.

Il senso dei fratelli per gli States ha impedito loro anche di accettare il petrolio e il gas offerti da Iran e Russia a prezzi scontati, preferendo affrontare l’inflazione galoppante rivolgendosi al Fondo Monetario internazionale, il quale però, al solito, ha condizionato il suo sostegno al varo di riforme economico-sociali, che, come avvenuto altrove, hanno acuito le diseguaglianze sociali e la crisi.

Il dilagare della crisi ha reso esplosivo il malcontento popolare, che, spiega Page, è stato gestito dai soliti attori di tali criticità. Questi ultimi anni, infatti, hanno visto il “moltiplicarsi delle Ong sostenute dai governi occidentali, la NED (1) e la Soros Foundation, molto attiva in Sri Lanka”. Mentre molto attiva è stata anche l’ambasciata Usa, che ha “pilotato e finanziato” anche un partito marxista-leninista come il JPV (Fronte di liberazione del popolo).

Così la presa del Palazzo srilankese non ha nulla a che vedere la Bastiglia, scrive Page, ma ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione colorata, una sorta di Maidan nel cuore dell’Oceano Indiano. Da questo punto di vista, aggiunge Page, appare “significativo sottolineare che il sottosegretario di Stato americano, la frenetica interventista Victoria Nuland, era andata in missione in Sri Lanka prima dell’inizio dei fatti”.

E non per nulla, dopo la fuga del presidente, le forze di governo e di opposizione hanno deciso di assegnare la presidenza ad interim al primo ministro Ranil Wrickremensighe, in attesa del successore.

Il partito di Ranil non aveva ottenuto nessun seggio alle ultime elezioni e lui stesso era entrato in Parlamento solo grazie a un artificio. E, però, nel maggio scorso, per far fronte alla dirompente crisi di governo, Rajapakasa si era rivolto proprio a lui per crearne uno nuovo. Una missione nella quale non è riuscito, ma che gli permette adesso di avere concrete chanche per diventare presidente a tutti gli effetti.

“Ranil – scrive Page – è il terminale degli interessi statunitensi; più volte al potere, è un leader conservatore inamovibile da quasi cinquant’anni, ultra liberale e membro attivo del circolo riservatissimo della Mont Pèlerin Society”, una dei tanti organismi sovranazionali delle élite d’Occidente.

Tanti, troppi gli interessi in gioco in questa isola, contesa tra le pretese imperiali dell’America, quelle coloniali della Gran Bretagna, i più legittimi interessi della vicina India e quelli connessi alla Via della Seta cinese. Un puzzle impazzito che non promette nulla di buono. Vedremo.

(1) La National Endowment for democracy (NED) è l’organismo del Dipartimento di Stato Usa che ha la missione di diffondere la “democrazia” nel mondo.

 

 

 

9 Agosto
Caccia a Trump