18 Luglio 2022

Biden in Medio oriente obbedisce all'agenda neocon

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Il viaggio di Biden in Medio oriente avrebbe dovuto rilanciare la presenza statunitense nella regione, ma le aspettative sono andate deluse. Lo rilevano tanti analisti mediorientali e americani, tra i quali spicca Ishaan Tharoor, penna autorevole del Washington post.

La visita avrebbe dovuto ripristinare le relazioni con l’Arabia saudita, logorate a causa della spinta della nuova amministrazione Usa per farne un paria internazionale a causa dell’omicidio Khashoggi, il cronista del Washington post di origini saudite critico verso le autorità del suo Paese, che fu assassinato su ordine del principe ereditario Mohamed bin Salman.

La pressione Usa finora ha avuto come esito quello di far riorientare il Regno verso Russia e Cina, tanto che Riad non si è intruppata nella crociata contro Mosca post guerra ucraina. Segno di tale distanza anche il rifiuto dei sauditi di aumentare la produzione petrolifera per consentire all’Occidente, in particolare all’America, di far fronte l’incremento dei prezzi causato dalle sanzioni anti-russe.

Per i democratici si tratta di una questione vitale, dal momento che non possono arrivare alle elezioni di midterm di novembre con un’inflazione alle stelle, pena la vittoria dei loro avversari.

Inoltre, l’inflazione mette a rischio il sostegno Usa all’Ucraina, dal momento che anche gli elettori democratici iniziano a chiedersi se vale la pena continuare a supportare una nazione all’altro capo del mondo mettendo a repentaglio il proprio stile di vita (delle decina di migliaia di morti, immolati in questa guerra per procura contro la Russia, importa meno del caro benzina…).

Da qui la necessità di un accordo con Mohamed bin Salman, archiviando l’omicidio Khasohggi (1). E, però, tanti, da Bernie Sanders (Reuters) a diversi media mainstream, hanno criticato ferocemente il cinismo palesato nell’occasione dal presidente Usa.

Biden ha strappato ai suoi interlocutori – sauditi ed emiratini – la promessa di incrementare la produzione di petrolio, ma, scrive Tharoor, non basterà a sopperire alle necessità dell’Occidente dal momento che le loro capacità hanno dei limiti.

In questo viaggio Biden doveva anche rilanciare i suoi rapporti con Israele, per assicurarsi il sostegno delle associazioni ebraiche americane alle consultazioni di metà mandato. Una mission, quest’ultima, che appare alquanto riuscita, se si sta ai media israeliani.

Nella foga di blandire gli israeliani Biden si è lasciato prendere la mano, arrivando a dire: “Amo Netanyahu”… una dichiarazione d’amore che, nelle intenzioni, vorrebbe seppellire la feroce ostilità tra i due, palesata nel corso dell’ultimo governo di Bibi e ancor più nelle ultime elezioni, con la Casa Bianca che ha tacitamente sponsorizzato i suoi antagonisti, risultati poi vincenti.

Ora che il governo supportato dall’amministrazione dei democratici è caduto e incombono nuove elezioni, Washington ha inteso far vedere che accoglierà di buon grado qualsiasi risultato uscirà dalle urne, anche perché Netanyahu parte favorito.

D’altronde, riguardo al Medio oriente la nuova amministrazione Usa ha rinnegato tutte le promesse fatte in campagna elettorale, proseguendo di fatto nell’alveo delle prospettive aperte dall’amministrazione Trump.

Non è un caso che Biden abbia rilanciato gli accordi di Abraham, grazie ai quali alcuni Stati arabi hanno allacciato rapporti diplomatici con Israele rinunciando di fatto alla richiesta della nascita di uno Stato palestinese.

Biden avrebbe anche voluto portare in dono a Tel Aviv un passo avanti in tal senso, e come tale è stata venduta l’apertura degli aeroporti sauditi agli aerei israeliani, ma Riad ha puntualizzato che la ripresa dei rapporti diplomatici con Israele resta sospesa alla nascita dello Stato palestinese.

Non solo, l’amministrazione Biden ha anche ratificato un’altra decisione dirompente di Trump, quella relativa alla sovranità di Tel Aviv sul Golan siriano (nonostante critichi l’acquisizione della Crimea da parte della Russia…), altra decisione che i democratici avevano ferocemente criticato.

Ma è sull’Iran che la politica di Biden si sta sempre più identificando con quella di Trump, dal momento che la sua amministrazione ha quasi rinunciato a ripristinare il trattato sul nucleare iraniano e si prodiga anch’essa nella “propaganda anti-iraniana”, come scrive Tharoor, per compiacere certe pulsioni israeliane ad alto rischio di conflitto.

Tutti elementi che giustificano il titolo di un precedente articolo di Tharoor, “Biden segue le orme di Trump in Medio Oriente“, e che segnalano come la politica estera americana nei confronti della regione sia saldamente in mano ai neoconservatori, che grazie alla guerra ucraina stanno rinverdendo gli antichi fasti, in attesa che la vittoria di Netanyahu in Israele gli apra nuove e ancor più ampie prospettive.

Detto questo, al di là di un aumento poco significativo della produzione di petrolio e di qualche passo in avanti nelle relazioni tra Paesi arabi e Israele, Biden non ha raccolto i risultati sperati.

Questo, infatti, l’amaro commento di Randa Slim, senior fellow al Middle East Institute, con cui Tharoor conclude la sua nota: “Il viaggio è valso la pena per i suoi ospiti israeliani e sauditi, che hanno ottenuto ciò che volevano: carta bianca per la perpetuazione di un sistema di apartheid in Israele e la fine ufficiale dello status di paria del principe ereditario saudita. Non è chiaro cosa abbiano ottenuto in cambio gli Stati Uniti”.

(1) In tal senso va letta la notizia dell’arresto dell’ex avvocato di Khashoggi, Asim Ghafoor, negli Emirati arabi, avvenuto in costanza del viaggio di Biden.