14 Luglio 2022

Un primo accordo sul grano ucraino e lo sblocco di Kaliningrad

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Ha avuto esito positivo l’incontro di Istanbul sul ripristino del transito del grano ucraino nel Mar Nero. Antonio Guterres, Segretario generale dell’Onu, organismo che ha mediato tra russi e ucraini affiancando la Turchia, ha dichiarato che la riunione delle delegazioni dei Paesi in guerra è stata “un raggio di speranza”,

Una dichiarazione rilanciata dall’agenzia Anadolu, che aggiunge: “Il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha annunciato che funzionari turchi, ucraini, russi e delle Nazioni Unite hanno concordato di istituire un centro di coordinamento a Istanbul per facilitare le esportazioni del grano ucraino”.

“Akar ha affermato che i partecipanti hanno trovato un terreno comune su diverse questioni tecniche, come la sicurezza della navigazione sulle rotte commerciali, nonché sui controlli congiunti all’ingresso e all’uscita dei porti”.

Mancano ancora da definire alcuni dettagli, prosegue l’agenzia di Ankara, che saranno discussi in una successiva riunione che si terrà in Turchia, ma i “progressi” sul punto sono stati confermati anche da Zelensky, che finora era stato il più refrattario all’intesa, perché, come altri del campo occidentale, sperava di usare la crisi alimentare globale quale leva per un intervento delle navi Nato nel Mar Nero.

Il nodo del grano ucraino sembrerebbe, dunque, sciolto, anche se la mancanza di ufficialità, che arriverà solo dopo la prossima riunione, induce a una certa prudenza.

Al di là del dato in sé, più che rilevante, va registrato che ancora una volta a fare la parte del leone nel negoziato russo-ucraino è stata la Turchia, che già aveva favorito, all’inizio della guerra, incontri tra le parti.

Ed è dal collasso di quel dialogo iniziale che russi e ucraini non si incontravano, particolare che rende questo summit sul grano ancora più importante.

Ed è interessante, in tal senso, il ringraziamento conclusivo di Guterres, che ha lodato la Turchia per il suo “eccezionale impegno” nel corso dei colloqui, nonché per il “ruolo critico che avrà Ankara nel futuro” (sempre Anadolu).

Il riferimento di Guterres è alla finalizzazione dell’intesa sul grano, ma la vaghezza della frase lascia intendere anche altro, cioè la possibilità che Ankara possa strappare di più alle parti in guerra.

Possibilità ancora aleatoria, ma va rilevato che, in parallelo all’intesa sul grano ucraino, si è sbloccata anche la querelle su Kaliningrad, l’enclave russa alla quale la Lituania aveva imposto un blocco commerciale, suscitando una rischiosa irritazione di Mosca (il Washington Post l’ha definita una “provocazione poco saggia”).

L’Unione europea ha finalmente convinto la riluttante Lituania a lasciar passare i treni tra l’enclave e la Russia.

Un uno – due in controtendenza rispetto alle dichiarazioni bellicose che si intrecciano sulla guerra. Cenni di distensione che sembrano allinearsi con gli scenari di taluni analisti che parlano di un cambiamento di clima sul conflitto.

Non siamo alla fine della guerra, né, sembra, all’inizio della sua fine. Ma sicuramente siamo alla fine del suo inizio. L’Occidente, cioè, ha ormai riconosciuto che tutte le sue previsioni di una vittoria a breve termine sulla Russia, prodotta da una valorosa resistenza militare ucraina (leggi Nato) e dall’effetto devastante delle sanzioni, sono state incenerite dalla realtà.

Una realtà che ha posto anche drammatiche criticità all’altra prospettiva, stavolta a lungo termine: quella di una guerra che avrebbe logorato il paese di Putin. Anche qui la realtà dice che questa guerra sta logorando più l’Europa e tanta altra parte di mondo che la Russia.

Finite queste illusorie geostrategie, l’Occidente deve rivedere i suoi piani. Resta, certo, anche se meno assertiva, la prospettiva di logorare la Russia (né può decadere prima dell’Endgame). Ma accanto a questa iniziano a essere prese in considerazione anche ipotesi di tutt’altro segno, cioè come uscire indenni da questa trappola per topi nella quale i neocon e i leader della Nato hanno cacciato il mondo.

Se solo si pensa che il fiume di armi diretto in Ucraina doveva servire, come ripetevano e ripetono tutti gli strateghi – televisivi e non -, a portare Kiev al tavolo del negoziato da una posizione di forza, si può notare come tale prospettiva stia logorandosi anch’essa, perché la posizione dell’Ucraina si sta indebolendo ogni giorno che passa.

Si tratta, quindi, di chiudere il conflitto senza consegnare la vittoria a Putin, cosa che col passar del tempo diventa sempre più difficile.

Né le dichiarazioni dei leader ucraini sulla prossima creazione di un esercito di un milione di uomini muta la questione. È un’iperbole propagandistica, dal momento che gli eserciti non si creano dal nulla, né si possono trasformare magicamente, e in pochi giorni, dei civili in truppe d’assalto. Roba da macelleria, carne da cannone.

C’è solo da attendere, purtroppo, che l’America esca dal tunnel, anche se non si vede come. Un semplice cessate il fuoco può offrire appigli al riguardo, perché può essere rivenduto come un momentaneo stallo, così come avvenne per la guerra coreana, con uno stallo poi diventato ultradecennale. Ma anche tale soluzione presenta criticità per Washington, da superare in qualche modo.

Però va anche registrato che l’alternativa folle propria dell’opzione apocalisse, da realizzarsi tramite escalation (sul punto rimandiamo a una nota di Responsible Stratecraft), pure propugnata con fervore dai neocon e dai loro compagni di merende, al momento sembra aver perso mordente. Bene.