9 Luglio 2022

Lo stallo del nucleare iraniano e la visita di Biden in Medio oriente

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“Ora non ci possono essere dubbi, se mai ce ne sono stati, che l’intransigenza di Washington stia impedendo il ripristino dell’accordo nucleare iraniano. Anche di fronte a una serie infinita di nuove sanzioni statunitensi, di attentati israeliani in Siria, nonché di ripetute operazioni segrete di Tel Aviv, attacchi informatici , con droni e omicidi all’interno dello stesso Iran, Teheran è rimasta fermamente impegnata nella diplomazia, pagando un immenso costo politico”. Inizia così un articolo di Connor Freeman sul sito del Libertarian Institute sul tema del negoziato sul nucleare iraniano.

Le trattative continuano, ma nessun accordo è in vista, anzi lo spettro del fallimento si fa sempre più reale, esito drammatico perché potrebbe preludere a una guerra su larga scala.

L’accordo, racconta la narrazione dominante, sarebbe impedito dalla rigidità degli intransigenti iraniani, che hanno preso il potere nelle ultime elezioni, ma la nota di Freeman evidenzia dettagli che indicano tutt’altro.

Si sa che le trattative, intraprese di buona lena dalla nuova amministrazione Usa, che tanto criticò l’uscita dall’accordo decisa dall’amministrazione Trump, si sono arenate sulla designazione dei Guardiani della rivoluzione (IRCG) come organizzazione terroristica – l’unico organismo statale a essere presente in tale lista, specifica Freeman-  decisione che gli iraniani chiedono sia revocata incontrando il niet americano.

D’altronde, questa decisione fu presa proprio per questo, spiega Freeman, per impedire al successore di Trump di ripristinare l’accordo, perché sarebbe stata, com’è accaduto, una conditio sine qua non per Teheran per accettare l’intesa sul nucleare, che l’IRCG è cruciale per la  Sicurezza e l’economia del Paese.

E però, dopo il lungo stallo sul punto, qualcosa era cambiato dopo le visite a Teheran di Enrique Mora, membro del team che sta conducendo i negoziati e, più recentemente, di Josep Borrel, il ministro degli Esteri della Ue.

Tanto che i negoziatori si sono dati convegno a Doha, in Qatar per un meeting che avrebbe potuto essere conclusivo, un esito reso possibile da due dettagli rivelati da Freeman.

“I cosiddetti intransigenti di Teheran, guidati dal presidente Ebrahim Raisi, hanno  preso la decisione senza precedenti di ritirare le loro richieste per l’eliminazione dell’unità militare d’élite, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC), dalla lista nera delle Organizzazioni terroristiche (FTO) del Dipartimento di Stato”.

Non solo, “Teheran ha persino epurato la sua squadra negoziale dagli elementi intransigenti”. Insomma, il nodo sembrava essere sciolto, ma, nonostante queste premesse, gli americani sono sbarcati a Doha “con ‘aspettative molto basse‘ e, secondo quanto riferito, non hanno offerto all’Iran alcuna garanzia sui benefici economici”. L’Iran, cioè avrebbe dovuto dismettere il nucleare, ma senza ricevere sgravi sulle sanzioni.

Da qui il fallimento dell’incontro, che, come scrive Freeman, ha “disvelato il bluff di Biden”, che non è affatto interessato a raggiungere un’intesa, ma deve solo mantenere fede alla promessa fatta in campagna elettorale sul tema.

In realtà, Biden vorrebbe un esito positivo del dialogo, ma sta subendo le stesse pressioni subite da Trump, il quale fu costretto a uscire dall’accordo. Ma si tratta di particolari secondari, contano i fatti.

Nonostante tutto, l’Iran ancora spera, come dimostra la visita del 6 luglio del ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian in Qatar, dove ha incontrato il suo omologo per rilanciare ancora una volta il dialogo (1).

Ma ormai tanti sono gli scogli sul quale la nave dei negoziati può affondare. Anzitutto la scadenza delle midterm, alle quali molti democratici vogliono arrivare senza aver concluso nulla, per non inimicarsi i potenti ambiti anti-iraniani. E poi la possibilità di un ritorno al potere di Netanyahu, prospettiva che restringe gli spazi di manovra agli ambiti israeliani favorevoli all’intesa, dal momento che per Bibi l’avversione verso l’Iran è un’ossessione (Haaretz).

Questa la situazione prima del viaggio di Biden in Medio oriente, dove, a detta dei media mainstream, sarebbe intenzionato a dare forma a un vecchio progetto israeliano, creare una Nato regionale anti-Iran, altra tegola sul dialogo con l’Iran (contro la quale, prima del viaggio, ha emanato nuove sanzioni…).

La Nato mediorientale dovrebbe nascere grazie alla rete creata dagli accordi di Abraham, che ha visto alcuni Paesi arabi allacciare rapporti diplomatici con Tel Aviv, nulla più importando le rivendicazioni riguardo la nascita dello Stato palestinese, condizione alla quale l’avvio di tali relazioni erano state collegate in passato.

Intanto, prima della sua visita, le autorità israeliane si sono peritate di riallacciare i rapporti con i palestinesi, con il ministro della Difesa Benny Gantz che ha incontrato Mahmoud Abbas, visita che ha preceduto una conversazione telefonica tra il presidente della Palestina e il premier israeliano Yair Lapid, la prima dopo 5 anni.

Non si tratta di gesti di circostanza, ma di iniziative serie, quelle dei due leader israeliani, ora più praticabili date le dimissioni del premier di ultradestra Bennet (che ha passato il testimone a Lapid, il quale governerà fino alle elezioni di novembre prossimo), ma che non possono avere incidenza.

Anche Biden vorrebbe far qualcosa riguardo il dossier palestinese, ma non può far più di tanto, peraltro anche perché reso più complicato dall’assassinio della giornalista Abu Akleh, uccisa nel corso di un raid israeliano in Palestina. Una morte per la quale i palestinesi chiedono giustizia, incolpando gli Stati Uniti di coprire il crimine israeliano (Timesofisrael).

Probabile che la visita si concluda con qualche bella parola e qualche photo opportunity, ché Biden in Medio oriente va soprattutto per cercare il petrolio saudita ed emiratino in questi tempi di ristrettezze energetiche e per tentare di rinsaldare i rapporti con queste nazioni arabe, che stanno cercando di divincolarsi dalla stretta americana (con i sauditi che stanno anche tentando una difficile distensione con Teheran).

(1) Il Qatar è il più stretto alleato della Turchia. Così si può intravedere un certo parallelismo tra il tentativo di aprire un negoziato tra ucraini e russi da parte di Ankara con l’impegno di Doha nelle trattative tra Iran e Usa. Speriamo che quest’ultimo non subisca la sorte del primo.