1 Luglio 2022

I doppi standard dell'Occidente e lo sgombero di Snake Island

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La Turchia ha ottenuto quel che voleva e ha tolto il veto all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Per dare il suo placet, Erdogan ha chiesto che la Feto, accusata del tentato golpe in Turchia del 2016, e soprattutto i movimenti curdi siano inseriti nella lista dei cattivi.

Ricordiamo come i democratici profusero la loro indignazione ai media quando Trump tentò di ritirare le truppe d’occupazione Usa dalla Siria. Decisione, poi ritirata, che diede l’occasione ad Ankara per attaccare i curdi.

Allora i dem e i media che chiedono di supportare a tutti i costi l’Ucraina urlarono il loro lacerante dolore e inveirono contro Trump per aver lasciato i valorosi guerrieri curdi, che avevano supportato la lotta degli Usa contro l’Isis, alla mercé del loro nemico.

Oggi, gli stessi indignati e affranti di allora col nemico dei curdi ci hanno fatto un patto d’acciaio. Funziona così nei Paesi democratici che lottano contro i Paesi autoritari… Detto questo, bisogna vedere quali clausole segrete ha spuntato Ankara, che potrebbero essere ancora più brutte di quelle pubbliche.

Il placet della Turchia alla Nato era alquanto scontato, bastava pagare il prezzo giusto, resta da vedere se l’accordo muterà la sua posizione verso la guerra ucraina, fin qui orientata all’equidistanza tra le parti.

A fare il paio con il cinismo dimostrato dagli Usa verso Ankara, anche il possibile ripensamento del Congresso sull’Egitto, verso il quale aveva espresso forti preoccupazioni sul rispetto dei diritti umani. Se cambieranno idea sulla Russia, spiega un documento che il Congresso sta esaminando, gli Stati Uniti chiuderanno un occhio…

Non solo l’Egitto; altri Stati riluttanti a intrupparsi nella crociata anti-russa hanno subito un simile approccio. È il caso dell’India, verso la quale Washington è sempre stata condiscendente perché utile in chiave anti-cinese.

Ma la guerra ha cambiato le cose, e, per bocca del Segretario di Stato Blinken, gli Usa hanno espresso preoccupazione per il rispetto dei diritti umani nel Paese. Il fatto è che Usa e Ue sono irritati con New Delhi perché continua ad acquistare il petrolio russo in barba ai diktat.

Interpellata sul punto, il ministro delle Finanze indiano Nirmala Sitharaman ha detto che non crede che per questo vengano imposte sanzioni al suo Paese, “perché anche i paesi dell’Europa occidentale continuano ad acquistarlo, insieme a gas e fertilizzanti”.

Ancora più simpatico il ministro degli Esteri indiano, Subramaniam Jaishankar, che ha chiesto all’Europa di “smetterla con la politica dei doppi standard nell’affrontare le questioni internazionali”.

“È tempo – ha spiegato – che l’Europa superi la sua mentalità, che presuppone che i problemi dell’Europa siano i problemi del mondo, ma che i problemi del mondo non siano dell’Europa” (parlava a nuora perché suocera intenda, dove la suocera è Washington).

Insomma, gli slanci ideali Usa celano un bieco cinismo. Esemplare in tal senso il pressing sull’Europa per rescindere il legame energetico con la Russia (incrementando le bollette e altro dei cittadini europei).

Un taglio netto che gli Stati Uniti si son ben guardati dall’applicare a se stessi, dal momento che continuano ad acquistare dalla Russia l’uranio necessario alle  centrali atomiche che forniscono energia a tanti loro cittadini…

Tale l’ironia del mondo, che s’interseca con la realtà, che non per questo è meno tragica in questi tempi di guerra.

Sul conflitto si registra un ulteriore sviluppo rilevante dopo la caduta di Severodonetsk, dal momento che i russi ormai si apprestano a prendere anche la confinante cittadina di Lishiansk, dove l’esercito ucraino si sta sfaldando.

Quasi chiusa con questa conquista la campagna della regione di Lugansk, si aprirà presto quella per il controllo della regione di Donetsk, i cui contorni sono ancora da definire.

Anche per questa svolta, Putin ha ribadito che l’obiettivo della Russia è “liberare il Donbass” (Adnkronos) – non prendere Kiev – e garantire la sicurezza della Russia; obiettivo, quest’ultimo, identificato all’inizio della guerra con la smilitarizzazione dell’Ucraina e oggi più vago.

La dichiarazione di Putin arriva insieme all’annuncio del ritiro dei russi da Snake Island, la porta di Odessa, ritiro che ovviamente gli ucraini hanno accreditato alle loro incursioni missilistiche come già accadde per il ripiegamento dei russi da Kiev.

La liberazione di Snake Island consentirà, o almeno dovrebbe, agli ucraini di esportare il grano che essi asserivano fosse bloccato dalle navi russe. Se ciò avverrà – ma c’è ancora da togliere le mine disseminate in zona dagli ucraini – permetterà di frenare il dilagare della fame in Africa e un ulteriore innalzamento dei prezzi altrove.

La mossa russa indica che Odessa non rientra nei target dell’offensiva di Mosca. E non è cosa da poco.

Persi nelle laudi sperticate per lo spettacolo del G7, i cronisti d’Occidente si sono dimenticati di dare adeguato spazio a due sviluppi tanto importanti per dell’Ucraina e il mondo.

Vero, le informazioni positive non fanno notizia, ma ciò nella guerra ucraina è giunto al parossismo perché non si deve dare spazio alla speranza. Tale le dinamica propria delle guerre infinite, le quali non prevedono oasi di pace.

Servirebbe un limite a tale meccanismo perverso.

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