21 Giugno 2022

Israele: cade il governo, Netanyahu vince

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Israele si avvia verso nuove elezioni, le quinte in tre anni, confermando l’instabilità cronica del sistema causata da una lacerazione politica insanabile tra il blocco socio-politico che vede in Netanyahu l’insostituibile timoniere di Israele e il contrapposto e variegato ambito socio-politico che vede in questi il simbolo di tutto il male in cui è precipitato il Paese.

Proprio quest’ultimo blocco era uscito vincente nelle ultime elezioni, essendo riuscito ad ottenere la maggioranza della Knesset grazie all’alleanza con un partito arabo distaccatosi dalla lista araba unita. Una coalizione formata da partiti diversi e divisi, che aveva nell’avversione a Netanyahu l’unico collante.

Avevano garantito al Paese di poter governare con pragmatismo, evitando cioè di impantanarsi sui temi divisivi, ma promettendo di traghettare Israele verso un post-Netanyahu. Hanno perso la scommessa e, persa la maggioranza alla Knesset, hanno deciso di portare il Paese a nuove elezioni.

Indire nuove elezioni prima della sua scadenza naturale non è cosa automatica: serve il voto della Knesset, convocata allo scopo per la prossima settimana. La mossa serve per evitare che Netanyahu, che ha guidato con tenacia e ferocia l’opposizione, possa mettere insieme una maggioranza alternativa – usando dei transfughi dei partiti di governo – e riprendersi il potere senza passare per il voto, sul quale i perdenti di ieri ripongono le loro speranze.

Ad annunciare la decisione di sciogliere il governo e andare al voto il premier Naftali Bennet e il leader di  Yesh Atid, il partito più importante della coalizione, Yair Lapid.

Già ministro degli Esteri, Lapid avrebbe dovuto subentrare a Bennet dopo due anni di mandato. Accordo saltato per cause di forza maggiore, guiderà il governo di transizione che dovrebbe portare il Paese alle elezioni.

Su Timesofisrael David Horovitz, raccontando la conferenza stampa congiunta nella quale i due leader politici hanno comunicato al Paese tali decisioni, riferisce che questa è stata turbata da un blackout, suscitando un commento ironico di Lapid: “Che cosa simbolica”.

Ironia che Horovitz declina spiegando che fotografa la parabola di un governo tanto composito che aveva promesso di “mettere da parte le differenze ideologiche chiave per portare il paese fuori dall’oscurità politica”. L’oscurità, insomma, è tornata a bussare alla porta.

Interessante la conclusione di Horowitz, che spiega come in questo anno la composita coalizione di governo ha indicato Netanyahu come una minaccia per democrazia e l’esistenza stessa del Paese e che “il principale interesse nazionale di Israele era rimuoverlo, Netanyahu ha ribattuto che il più importante interesse di Israele fosse quello di rimuoverli . E lunedì ha prevalso”.

Peraltro, Bibi ha anche eluso le insidie della magistratura, dal momento che l’inchiesta avviata contro di lui non ha prodotto i risultati che speravano i suoi antagonisti.

Così il Paese si troverà ancora una volta ad affrontare un voto estremamente polarizzato e personalizzato, cioè pro o contro Netanyahu, destino nel quale Israele Israele è intrappolato da due decenni.

Ma se vero che la parabola del governo israeliano e la sua caduta sono frutto delle lacerazioni politiche israeliane e delle sue imprevedibili pulsioni, non sembra estraneo a tale esito il quadro politico internazionale.

Il nuovo governo aveva goduto di un clima internazionale favorevole, avendo potuto cavalcare l’onda lunga della vittoria di Biden, già vicepresidente di Obama, con il quale Netanyahu aveva incrociato le lame.

Ora la vittoria di Biden è un ricordo sbiadito e, con la guerra ucraina e altro, negli Stati Uniti sono tornati i tempi bui che favoriscono le manovre dei neoconservatori e della loro controparte democratica, i liberal (i clintoniani per intendersi). Tempi favorevoli, dunque, a un ritorno di Bibi.