15 Giugno 2022

Top Gun, l'apparato militare industriale Usa va al cinema

di Eleonora Piergallini
Tempo di lettura: 4 minuti

Tempo di lettura 4 minuti – Il sequel di Top Gun, uscito in questi giorni nelle sale, sta ripetendo il successo del primo. A pilotare il velivolo delle meraviglie è ancora Tom Cruise, che il tempo, grazie a qualche ritocco, non ha intaccato. Ma Top Gun: Mavericks, come il primo film, non è solo una pellicola che mira a stupire gli spettatori, è anche un grande spot pubblicitario del complesso militare industriale americano. Ne scrive Responsible Statecraft  in una nota che val la pena scorrere perché spiega una dinamica che va ben oltre il film in questione.

Nulla di segreto, tutto alla luce del sole, tanto che anche il Washington Post, nel riferire che la pellicola ha ricevuto il sostegno del Pentagono (che ha fornito “attrezzature – jet e portaerei -, personale e competenze tecniche”), aggiunge che la Difesa ne ha anche supervisionato la produzione attraverso il Department of Defence Entertainment Media Office, “che assiste i registi che raccontano storie di militari”.

“Senza il considerevole sostegno del Pentagono”, dettaglia il WP, “probabilmente il film non avrebbe potuto essere prodotto. Infatti, un singolo aereo F-14 Tomcat costa circa 38 milioni di dollari, mentre il budget totale del film si aggira attorno ai 15 milioni”.

In cambio del supporto, i produttori hanno accettato di cambiare un dettaglio della trama, spiega il WP: a differenza dell’originale, “l’amico di Maverick, Goose, pare che non sia morto per una collisione aerea, perché, secondo la Marina, troppi piloti, nella realtà, si sono schiantati” con il loro aereo. Pubblicità negativa da evitare.

A sostenere i costi del film anche le industrie che lavorano per la Difesa, per le quali la pellicola, scrive RS, rappresenta un ottimo biglietto da visita per “riabilitare” la propria immagine.

James Taiclet ad esempio, come riporta RS, “ha scritto su Linkedin  che la Lockheed Martin [della quale è Ceo ndr] ha collaborato con i produttori di Top Gun per portare sul grande schermo una tecnologia all’avanguardia, proiettata sul futuro”.

Il film, infatti, è una vetrina della geometrica potenza dell’apparato militare americano fin dalla scena iniziale, quando Maverick sfreccia su un jet supersonico identificato come Darkstar, molto simile al jet del programma sperimentale “SR-72” della Lockheed, il cui lancio sul mercato è previsto per il 2030.

Ma perché la proiezione fosse convincente occorreva anche cancellare qualche macchia del passato, così era necessario risollevare la reputazione dell’F-35 che, scrive RS, “è presentato come l’arma perfetta per distruggere il bunker segreto usato dallo Stato canaglia per l’arricchimento dell’uranio; e ciò nonostante gli 845 errori registrati in fase di progettazione, le tante vulnerabilità dell’apparato informatico, ormai più che note, e i costi di mantenimento insostenibili”. Insomma, un’occasione ghiotta per i produttori della Lockheed di mettere una pietra sopra a questi colossali insuccessi.

La potenza dell’esercito americano e la gloria dei suoi mezzi sono inseriti nel contesto di una guerra non meglio precisata e il film, continua RS, “vuole dare l’impressione che progetti come ‘Darkstar’ siano l’unica cosa che impedisce all’America di essere trascinata nell’abisso da nemici senza nome”.

Insomma, le acrobazie eroiche di Maverick non sono solo intrattenimento, ma sono parte della propaganda Usa. “L’originale Top Gun (1986) – ricorda RS – ha aiutato l’America a superare il fallimento del Vietnam, riabilitando l’esercito agli occhi dell’opinione pubblica”.

“36 anni fa, mentre gli americani si accalcavano nelle sale per vedere le buffonate di Maverick, le domande di ammissione alla carriera di aviatore sono aumentate del 500%. Il sequel mira a ricreare quella situazione, cancellando i fallimenti in Somalia, Iraq, Afghanistan e Libia degli anni successivi e pubblicizzando una versione romantica dell’esercito, dei suoi appaltatori e della loro missione” salvifica.

Un altro dettaglio del film ha attirato l’attenzione dei critici, ma stavolta per un altro motivo, più strettamente geopolitico. Come riporta The Guardian, pare che la bandiera di Taiwan sul giubbotto di Tom Cruise, presente nel primo film insieme a quella nipponica, appaia e scompaia in base ai paesi in cui Maverick  viene proiettato: nel trailer originale le bandiere erano scomparse, “facendo ipotizzare che fossero state rimosse per non incappare nella censura cinese”.

“Ma le due bandiere sono ricomparse nella versione proiettata a Taiwan e l’agenzia di stampa locale Setn ha riferito che il pubblico presente alla prima ha applaudito alla vista del giubbotto”, anzi si sarebbe addirittura “commosso”… (enfasi da verificare).

Ma al di là del dettaglio, resta il ruolo della Difesa nella produzione cinematografica. In altre latitudini ciò potrebbe apparire bizzarro, ma così non è in America. Sul punto si trova tanto materiale più o meno interessante. Sul Los Angeles Times, ad esempio, in un articolo a firma di Read Stahl, si può leggere: “Fino a poco tempo fa, i ricercatori concordavano nel reputare questo tipo di influenza come casi isolati, limitati a circa un centinaio di film”.

“Negli ultimi cinque anni, però, il mio piccolo gruppo di ricercatori è riuscito a reperire, attraverso il Freedom of Information Act, 30.000 pagine di documenti interni del Dipartimento della Difesa che dimostrano come il Pentagono e la CIA abbiano esercitato un controllo diretto su oltre 2.500 film e spettacoli televisivi. Queste scoperte sollevano interrogativi sul raggio d’azione del governo, soprattutto in un momento in cui è diventato sempre più difficile distinguere la propaganda dalla realtà”.