14 Giugno 2022

Ucraina: spiragli di realismo sulle possibilità di pace

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Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO

Tempo di lettura 5 minuti  – “La pace in Ucraina è possibile. L’unica domanda è quale prezzo si è disposti a pagare per ottenerla. Quanto si è disposti a sacrificare in territorio, in indipendenza, sovranità, libertà e democrazia. E questo è un dilemma morale molto difficile”. Così Jens Stoltenberg in un’intervista rilasciata al canale You tube della Reuters.

Il Segretario della Nato è stato finora un pervicace assertore della guerra infinita: la guerra ucraina, ha sempre sostenuto, durerà anni, e l’Ucraina può vincerla. Dire che questa guerra può concludersi solo con concessioni a Mosca deve essergli costato parecchio. Ma non c’è altra soluzione realistica…

Così gli assertori della guerra infinita iniziano a realizzare che la realtà è ben diversa dalle astrazioni dalle loro stessa propaganda, venduta all’opinione pubblica come dogma di fede, pena la stigmatizzazione di eretico filo-putiniano.

A proposito di filo-putiniani dell’ultima ora, per restare alle schematizzazioni d’accatto di cui sopra, val la pena riferire lo scritto di Christofer Chivvis, direttore del Carnegie Endowment for International Peace, uno dei più autorevoli think tank Usa.

“Sono tentato di sperare che l’Ucraina continuerà a combattere almeno fino a quando non recupererà i confini che aveva a febbraio, e forse oltre, riconquistando tutto il territorio perso nella guerra del 2014 [cioè la Crimea ndr] – scrive sul Guardian – . Ma l’ex analista dell’intelligence che è in me vede dei rischi in tutto”. Troppe le perdite ucraine, con il rischio del collasso del suo apparato militare, e troppe le possibilità di escalation.

Ma soprattutto, chiosa Chivvis, più la guerra proseguirà “più aumenteranno i costi per l’America e l’Europa”, che è poi il punto della questione, dal momento che delle vite degli ucraini, mandati al macello in una guerra persa in partenza, non importa nulla ai soloni che dicono di sostenerli.

Già, una guerra persa in partenza, com’era evidente fin dal suo inizio. E Biden lo sapeva perfettamente, dal momento che domenica scorsa si è tolto un sassolino dalle scarpe, affermando che Zelensky “non ha ascoltato” gli avvertimenti inviati da Washington sulla possibilità-imminenza di un attacco russo.

In tal modo, Biden ha voluto certo sganciare il suo Paese dall’esito del conflitto, evitando così di coinvolgere l’America nella sconfitta. Ma ha anche detto altro, più implicito.

Se Zelensky avesse preso sul serio gli avvertimenti, come da rimprovero di Biden, cosa poteva fare? Il presidente Usa, allora, era stato chiaro su un punto: in ogni sede e in ogni circostanza aveva ribadito che non avrebbe coinvolto l’America in un conflitto che interessasse un Paese non Nato.

Non potendo contare sull’aiuto americano, e quindi della Nato, anche in tema di una fornitura massiva di armi – che avrebbe solo accelerato l’invasione russa -, al presidente ucraino restava una sola cosa da fare: accettare un negoziato-compromesso con Mosca.

Che poi è quel che ha tentato di fare quando si è accorto del disastro che aveva procurato la sua stralunata percezione della realtà, quando, nei primi giorni di guerra, ha iniziato a dichiarare di essere pronto a garantire la neutralità dell’Ucraina e a un compromesso sul Donbass.

Questo prima che, ritornato alle sue fumisterie, non reagisse sdegnato alla proposta americana di trasferirsi a Leopoli (“non ho bisogno di un passaggio, ma di munizioni“, disse)”. Frase a affetto che, a proposito di irrealtà, riecheggia quella pronunciata da Neo nel primo Matrix, prima di tornare nella rete per liberare il capo dei ribelli prigioniero del supercomputer (“ci servono armi, tante armi“).

Ha buoni sceneggiatori l’ex comico. Purtroppo per lui e per gli ucraini (e per il mondo), non è il protagonista di un film di fantascienza, ma di una pellicola ben più drammatica, resa più tragica dalla deriva hollywoodiana di cui sopra.

Così torniamo allo scritto di Chivvis, che esorta il presidente ucraino a fare i conti con la realtà e a negoziare un compromesso con la Russia, perché prima finirà questa guerra, meglio sarà per l’Ucraina, la cui unica prospettiva di vittoria è quella di vincere la pace, attirando fondi per la ricostruzione che la rendano protagonista del futuro.

“Più a lungo durerà la guerra -scrive, infatti, Chivvis – più l’Ucraina sarà distrutta e più costosa sarà [la ricostruzione]. Una guerra prolungata, peraltro, accresce il rischio di un’aggravio della corruzione e di una più intensa centralizzazione e personalizzazione del potere a Kiev, distorsioni che hanno afflitto l’Ucraina nel passato e che lavorano contro l’obiettivo generale di rafforzare la democrazia ucraina”.

“A dire il vero, – prosegue Chivvis – accettare un’Ucraina divisa de facto, anche se non de jure, significa una Russia ostile e potenzialmente aggressiva al confine. Ciò presenta ovviamente sfide per la ricostruzione dell’Ucraina […]. Ma una presenza russa al confine dell’Ucraina è inevitabile in assenza di un colpo di stato a Mosca o di una guerra più ampia”.

E conclude: “La transizione verso la ricostruzione presenta meno sfide adesso di quante ne presenterebbe una guerra senza fine, che vedrebbe ancora più città ucraine rase al suolo e milioni di cittadini rifugiati all’estero”. Insomma, anche a costo di sacrifici, per Chivvis questa guerra deve finire in fretta.

Qualcosa di simile l’ha detta al Dayli Beast l’ex ambasciatore Usa in Ucraina Steven Pifer: “Zelensky dovrà prendere alcune decisioni davvero difficili, oscillando tra il tipo di concessioni da fare rispettando le posizioni di principio e il tipo di concessioni che potrebbe dover fare, che siano però accettabili dall’opinione pubblica ucraina”.

Si tratta di “decisioni davvero molto difficili”, chiosa Pifer, che potrebbero non essere accettate in Ucraina, come annota il giornale britannico – in particolare dai nazionalisti si può legittimamente aggiungere -, con il rischio di rivolte contro Zelensky e della genesi di una guerriglia infinita contro Mosca.

Tanto che il titolo dell’articolo non promette nulla di buono per il presidente ucraino: “Per Zelensky sta arrivando il giorno del giudizio”. Così, se si vorrà far la pace, l’Occidente dovrà difendere Zelensky da quei nazionalisti che oggi coccola ed esalta come eroi, e che già minacciarono di appenderlo a un albero se avesse tradito la patria accordandosi con la Russia, come richiedevano gli accordi di Minsk.

Inoltre, dopo tanta retorica bellicista, qualsiasi accordo con Mosca darà modo ai falchi statunitensi di accusare Biden di aver ceduto alla Russia, consegnandogli una vittoria. E un presidente americano che perde una guerra è destinato all’infamia.

Sul punto è illuminante quanto scrisse Anna Arendt nelle sue riflessioni sui Pentagon Papers, quando rammentava che le menzogne propalate durante la guerra del Vietnam sulle asserite vittorie dei marines, erano motivate dalla necessità di negare la sconfitta. E che, benché gli Stati Uniti sapessero da tempo di aver perso, continuarono il loro ingaggio perché nessun presidente voleva passare alla storia come l’uomo che aveva perso la guerra. La storia ha il vizio di ripetersi, ma potrebbe non avvenire nel caso ucraino.

Sulla storia, infatti, potrebbe vincere la cronaca: Biden (e i democratici) è conscio che, se non si ferma l’inflazione e non si sventa il collasso del sistema, alle midterm rischiano una sconfitta storica. Tanto che ha detto che ora la “massima priorità” è la lotta all’inflazione.

E per sventare tale destino manifesto sa bene che occorre chiudere questa maledetta guerra per procura contro la Russia (“Mosca ha ragione: gli Stati Uniti stanno alimentando una guerra per procura in Ucraina”, così Il Washington Post del 10 maggio).

Una guerra diretta degli Stati Uniti contro la Russia per tramite dell’Ucraina, cioè la Terza guerra mondiale non più “fatta a pezzi” e indiretta, ma aperta e “dichiarata”, come ha affermato oggi papa Francesco. Conflitto ancora a bassa intensità, da estinguere prima che bruci il mondo.