10 Giugno 2022

Ucraina: nel suo scritto Biden ha prospettato l'ipotesi Corea

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«”La guerra limitata richiede limiti”, scrisse il professore di Harvard Thomas Schelling nel suo classico del 1960 La strategia del conflitto. Il presidente  Biden ha compiuto passi sensati questa settimana per definire gli obiettivi dell’Occidente per la guerra in Ucraina e i suoi limiti». Inizia così un articolo di David Ignatius sul Washington Post del 2 giugno a commento dell’intervento di Biden sul New York Times riguardo la guerra ucraina.

Articolo importante perché vergato da una penna autorevole e di establishment, nel quale si sottolinea che Biden nel suo scritto ha indicato all’Ucraina la prospettiva di giungere a una trattativa con Mosca.

Ma soprattutto, scrive Ignatius, ha lanciato «messaggi molto specifici al presidente russo Vladimir Putin», spiegando che non vuole una guerra Nato-Russia, né sconfiggere Mosca (come invece hanno detto alcuni esponenti della sua amministrazione) e che ha chiesto agli ucraini di non usare le armi Usa contro il territorio russo.

Questi messaggi e altro, continua Ignatius, «segnalano un cambiamento» della percezione della guerra a Washington. Il «facile trionfalismo» iniziale, quando, gloriando i successi della resistenza, si era persino immaginato che «fosse possibile una vittoria militare totale», sta svaporando di fronte alla realtà.

Zelensky ha iniziato a parlare in modo diverso, iniziando ad ammettere le pesanti perdite di militari e di territorio e, allo stesso tempo, «la Casa Bianca di Biden ha fatto i conti con il successo delle tattiche da tritacarne adottate della Russia nell’ultima settimana». E dopo aver raccolto elogi per aver frenato la campagna russa ora per Biden è arrivato «il momento del rovesciamento delle sorti della battaglia e dell’ansia presidenziale».

La cosa più importante, prosegue Ignatius, era bloccare le preoccupazioni dei Paesi europei per arrivare subito a una pace. Una missione riuscita. Ma resta da fare i conti con una realtà diversa da quella propagandata. E qui Ignatius spiega che la guerra ucraina ormai è diventata simile alla guerra coreana, che dopo le prime battaglie si trascinò a lungo in una situazione di stallo. Un conflitto «infinito, apparentemente senza speranza o risoluzione».

Prosegue Ignatius: «Il generale Douglas MacArthur, il comandante in capo, voleva riscattare i suoi primi errori usando armi nucleari. Il presidente Harry S. Truman saggiamente rifiutò e licenziò MacArthur. Le truppe americane erano amareggiate dal fatto che fosse stato loro chiesto di “morire per un pareggio”, scrisse Halberstam. Ma la vittoria militare non era possibile a un costo accettabile, e l’allora candidato alla presidenza, il repubblicano Dwight D. Eisenhower, promise “Andrò in Corea”, il che significava che avrebbe fatto la pace. E la fece».

«Il cessate il fuoco della Corea nel luglio 1953 deve essere sembrato a molti americani e ai loro coraggiosi alleati sudcoreani una sconfitta, Ma oggi, la Corea del Sud è uno dei gioielli economici del mondo, anche se la guerra non ha mai prodotto un accordo di pace e, quasi 70 anni dopo, c’è ancora una fragile linea di cessate il fuoco che la separa da un confinante velenoso a Nord. Forse è un’istantanea dell’Ucraina del dopoguerra».

«[…] Biden – prosegue Ignatius – giustamente insiste sul fatto che solo gli ucraini […] possono decidere come deve finire questa guerra. Ma questa settimana ha ampliato quella che lo stratega Schelling ha definito “contrattazione implicita” con la Russia, segnando i confini della guerra. E a un certo punto, dopo che il conto del macellaio sarà stato pagato, entreremo in trattative esplicite per risolvere questo terribile conflitto».

Fin qui Ignatius, che segnala un cambiamento di rotta significativo nello scritto di Biden, cioè la svolta verso la prospettiva coreana, che il nostro sito aveva prospettato fin dalla fine di marzo (“Ucraina: l’ipotesi Corea o la guerra infinita”). Un’idea che Kiev dovrà accettare prima o poi, anche se la prospettiva rosea di un dopoguerra in stile Corea del Sud immaginata da Ignatius appare immaginifica e sembra solo un modo per addolcire l’amara pillola.

Ma che nel cuore dell’impero si stia facendo spazio questa nuova consapevolezza lo indica anche il più recente articolo del New York Times che nel titolo recita: “Gli Stati Uniti non hanno un quadro chiaro della strategia di guerra dell’Ucraina”. Questo il sottotitolo: “Le agenzie di intelligence sanno molto di più sull’esercito russo, anche se gli Stati Uniti spediscono miliardi di dollari in armi agli ucraini”.

Reputare che gli Usa non sappiano cosa facciano gli ucraini è una fola, dal momento che gestiscono tutto loro. La nota però serve a due scopi: anzitutto prendere le distanze dalle sconfitte ucraine, per preservare l’immagine brillante dell’Us. Army; in secondo luogo, il cenno sulla spesa non ricompensata serve a iniziare a sganciarsi dal conflitto.

Anche sul fronte ucraino l’unità è incrinata: se alcuni giorni fa Zelensky lamentava la perdita di 100 soldati al giorno, un suo assistente alla BBC ha detto che le perdite sono almeno il doppio. E se tanti sono i morti, sempre che le cifre non siano ridimensionate (come plausibile) per evitare il tracollo del morale delle truppe, a tali numeri si devono aggiungere i feriti, che sono molti di più dei morti, così che si può parlare di circa 500 uomini eliminati dal campo di battaglia al giorno.

Cifra monstre, che dovrebbe urgere a chiudere in fretta il conflitto. Ma bisogna aspettare l’arrivo delle nuove armi made in Usa e made in Britain, in particolare i lanciamissili, che sembra arrivino in Ucraina a metà giugno. Perché chiudere la partita prima del loro arrivo renderebbe vano lo slancio altruistico dei “donatori”.

Detto questo, sempre che arrivino al fronte e non siano intercettati prima dai russi (come sta avvenendo per altri), tali armamenti non sembra che siano in grado di ribaltare le sorti della guerra, ma solo a prolungare l’inutile mattanza. Vedremo.