1 Giugno 2022

NYT: se la guerra non si ferma, la responsabilità è made in Usa

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Sul New York Times Christopher Caldwell porta un attacco pesantissimo all’amministrazione americana sulla guerra ucraina, come si nota fin dal titolo dell’articolo: “Potrebbe risultare impossibile fermare la guerra in Ucraina. E gli Stati Uniti hanno gran parte della colpa”.

Riprendendo uno scritto da Henri Guaino, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, Caldwell scrive: “Gli Stati Uniti hanno contribuito a trasformare questo conflitto tragico, locale e ambiguo in una potenziale conflagrazione mondiale. Fraintendendo la logica della guerra, sostiene Guaino, l’Occidente, guidato dall’amministrazione Biden, sta dando al conflitto uno slancio che potrebbe essere impossibile da fermare. Ha ragione”.

Il cronista ripercorre quanto avvenuto prima della guerra, a iniziare dal 2014, quando, con la rivoluzione e/o colpo di Stato di Maidan, gli Stati Uniti hanno preso il controllo di Kiev, innescando una guerra locale che si è conclusa con la conquista della Crimea da parte della Russia (va ricordato che l’esercito ucraino fu annientato: se Mosca avesse voluto conquistare l’Ucraina, poteva farlo tranquillamente allora).

“Si può discutere sulle pretese russe riguardo la Crimea – spiega Caldwell – ma i russi le prendono sul serio. Centinaia di migliaia di soldati russi e sovietici morirono difendendo la città di Sebastopoli, in Crimea, dalle forze europee durante due assedi: il primo durante la guerra di Crimea e il secondo nel corso della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni, il controllo russo della Crimea sembrò assicurare un accordo regionale stabile” avendo guadagnato l’acquiescenza dei Paesi europei.

“Ma gli Stati Uniti non hanno mai accettato l’accordo. Il 10 novembre 2021, gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno firmato una ‘carta sul partenariato strategico’ che chiedeva all’Ucraina di aderire alla NATO, condannava ‘l’aggressione russa in corso’ (1) e affermava un ‘impegno incrollabile’ per la reintegrazione della Crimea all’Ucraina. Quella carta ‘convinse la Russia che doveva attaccare o essere attaccata’, ha scritto Guaino. ‘È l’ineluttabile processo del 1914 in tutta la sua terrificante purezza’“.

Non solo tale accordo, ad allarmare la Russia era anche il flusso crescente di armi Nato nel Paese confinante, che ne ha fatto un Paese “armato fino ai denti”. Armi che hanno continuato a fluire copiose anche dopo l’invasione russa, tanto che Caldwell trova “fuori luogo” le narrazioni che descrivono la disfatta della campagna russa.

“La Russia – scrive, infatti, il cronista – non si sta scontrando contro un coraggioso paese agricolo grande un terzo di essa; sta tenendo testa, almeno per ora, contro le avanzate armi economiche, informatiche e da guerra della NATO” (osservazione interessante per tanti motivi).

“Ed è qui  – aggiunge Caldwell – che ha ragione Guaino ad accusare l’Occidente di sonnambulismo. Gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la finzione che armare i propri alleati non sia la stessa cosa che partecipare a una guerra”.

“Oltrepassare il confine tra l’essere un fornitore di armi e l’essere un combattente, è facile quanto oltrepassare il confine tra una guerra per procura e una guerra segreta. Nell’era informatica, questa distinzione sta diventando sempre più artificiale”.

E osserva: “Anche se non accettiamo le dichiarazioni di Putin secondo cui l’armamento americano affluito in Ucraina è stato causa della guerra, è certamente il motivo per cui la guerra ha assunto la forma cinetica, esplosiva e letale che ha adesso. Il nostro ruolo in tutto ciò non è passivo o incidentale. Abbiamo dato agli ucraini motivo di credere che possono vincere attraverso una guerra fatta di escalation”.

Quindi, dopo aver accennato ai tanti “volontari” (leggi mercenari) stranieri presenti in Ucraina, Caldwell elenca tutte le defaillance della comunicazione dell’amministrazione Usa, a iniziare dalle dichiarazioni che chiedevano un regime-change a Mosca per finire alla promessa di sostenere l’Ucraina fino alla “vittoria” sulla Russia. Tutte dichiarazioni il cui “effetto, voluto o meno, è stato quello di precludere qualsiasi via ai negoziati di pace”. Non solo, anche continuare a inviare armi è “un potente incentivo a non far finire la guerra in tempi brevi”.

“Ma se la guerra non finisce presto, i pericoli connessi aumenteranno. ‘I negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi’, ha ammonito la scorsa settimana l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, ‘prima che si creino sconvolgimenti e tensioni tali” da rendere difficilissima la risoluzione del conflitto.

“Nel chiedere un ritorno allo status quo ante bellum, [Kissinger] ha aggiunto: ‘Perseguire la guerra oltre quel punto non sarebbe più garantire la libertà dell’Ucraina, ma sarebbe una nuova guerra contro la stessa Russia’”.

“In questo, Kissinger concorda con Guaino – scrive Caldwell – “Fare concessioni alla Russia significherebbe cedere all’aggressione”, ha avvertito Guaino. “Non farne nessuno sarebbe cedere alla follia”.

E conclude: “Gli Stati Uniti non faranno concessioni, perché perderebbe la faccia. Ci sono elezioni in arrivo. Quindi l’amministrazione sta chiudendo le vie dei negoziati e sta lavorando per intensificare la guerra. Siamo in questo gioco per vincere. Con il tempo, l’enorme flusso di armi mortali, comprese quelle provenienti dallo stanziamento di 40 miliardi di dollari appena autorizzato, potrebbe portare la guerra a un livello diverso. Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky,questo mese, in un discorso agli studenti ha avvertito che i giorni più sanguinosi della guerra stavano arrivando”.

Quadro fosco quello dipinto, forse troppo, dal momento che sottotraccia qualcosa si muove. Ma è bene tenere presente certe analisi permeate di sano realismo che adagiarsi sulle tante narrazioni consegnate a un vacuo quanto folle ottimismo.