31 Maggio 2022

Ucraina: le domande del Financial Times e l'attivismo francese

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“Le condizioni nel Donbass sono indescrivibilmente difficili” ha affermato Zelensky, uscendo fuori dalla bolla informativa sulla guerra ucraina. Dopo aver celebrato la grande vittoria di Kiev, che avrebbe costretto il nemico a ripiegare nel Donbass, ammettere che la guerra va male non è facile.

Il punto è che dall’inizio dell’invasione si parla di carri armati russi distrutti come giocattoli, di jet abbattuti come mosche, di un esercito falcidiato (sarebbero 30mila i russi morti: cosa impossibile: sarebbero costretti al ritiro), di una catena di comando in confusione…

E ora si scopre che in Donbass le cose non vanno bene, anzi che i russi stanno guadagnando terreno, avanzando con lentezza come già fecero in Siria, e si apprestano a prendere tutta la regione di Lugansk, per poi passare a quella di Donetsk.

In tema di guerre l’Occidente è abituato a convivere con le bolle dell’informazione che ha celebrato come grandi vittorie strategiche quelle conseguite in Afghanistan, Iraq e Libia, quando in realtà era una macelleria consumata contro eserciti di straccioni, che nulla potevano contro i sofisticati e potenti armamenti americani e Nato.

Nel caso ucraino l’invincibile armata ha a che fare con un esercito vero e qui la bolla non poteva reggere. Celebrare i successi della resistenza ucraina ha uno scopo ben preciso: alimentare la prospettiva che la guerra possa portare alla sconfitta della Russia o che l’Ucraina possa conservare la sua integrità territoriale.

Ciò serve a persuadere l’Occidente a inviare tante armi al popolo ucraino, il quale viene così mandato allo sbaraglio per sconfiggere la Russia per contro terzi. Piccolo segnale in tal senso anche il riserbo assoluto sul numero dei soldati ucraini caduti, perché tale numero sarebbe insostenibile e costringerebbe il mondo a pensare in maniera più realistica e a come far finire in fretta questa follia.

Un tema che inizia ad affiorare, tanto che ultimamente è stato affrontato anche da un fondo del Financial Times, che nel titolo chiede: “Qual è la fine del gioco dell’America per la guerra in Ucraina?”.

Dopo aver spiegato gli indiscutibili successi politici dell’America, cioè il distacco della la Russia dal resto dell’Europa, il suo indebolimento economico e la richiesta di adesione alla Nato di Finlandia e Norvegia, FT si chiede però cosa davvero voglia Washington, dal momento che, al di là della “retorica ottimistica”, non si capisce cosa vuol dire conseguire “una vittoria strategica sulla Russia” e su quale “accordo territoriale” si impegnerebbe a “incoraggiare” l’Ucraina a trattare (si noti che si parla di accordi territoriali, cioè che l’Ucraina potrebbe essere costretta a cedere qualcosa…).

Articolo interessante anche laddove spiega che Polonia e Gran Bretagna sono i Paesi più ingaggiati in questa guerra, tanto che Jeremy Shapiro, direttore della ricerca del Consiglio europeo per le relazioni estere, ha dichiarato: “Gli inglesi sono in realtà un passo avanti rispetto agli americani, e continuano a guardarsi alle spalle per accertarsi di essere seguiti”.

Rilievo vero, tanto che Biden ieri ha detto niet all’invio di missili a lungo raggio all’Ucraina, contrapponendosi ai falchi. Tale invio, infatti, avrebbe provocato un’escalation, avendo Mosca avvertito che se tali armi fossero state usate contro il suo territorio, avrebbe risposto oltre i confini ucraini.

Da rilevare anche le dichiarazioni del generale Mark Milley a Fox News, il quale ha detto di non sapere come evolverà la guerra, se vincerà una parte o l’altra o si arriverà ad aprire “trattative di pace”, ma che il quadro sarà “più chiaro tra alcune settimane”.

Sebbene vaghe, tali dichiarazioni sono state sottolineate con enfasi da Ria Novosti, che ha voluto ricordare come il Comandante in capo dell’esercito americano abbia avuto una conversazione telefonica con il suo omologo russo alcuni giorni fa. Evidentemente i due graduati qualcosa si sono detti (l’idea che tra qualche settimane il quadro sarà più chiaro sembrerebbe delineare l’ipotesi di un accordo in stile coreano, sul punto vedi Piccolenote).

Quanto a Germania, Italia e Francia, i Paesi più interessati alle trattative, ci stanno provando a fare qualcosa, ma con ben scarsi risultati. La nazione più attiva in tal senso è indubbiamente la Francia, tanto che il Financial Times, ha voluto ricordare che “Macron ha gettato nella costernazione a Kiev quando ha esortato le capitali occidentali […] a ‘non cedere mai alla tentazione dell’umiliazione né allo spirito di vendetta’ quando si tratta di negoziare con la Russia”.

La reazione delle autorità ucraine, però. non ha bloccato l’attivismo di Macron, come dimostra la conversazione telefonica avuta con Putin tre giorni fa insieme a Scholz e l’intervista di Lavrov alla Tv nazionale francese di due giorni fa, che evidentemente era un’apertura verso Mosca.

Non sappiamo, però, se la Francia ha messo in campo qualche negoziato concreto e se la ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, appena nominata da Macron, abbia recato a Kiev qualche messaggio in tal senso.

Nessuna indicazione di sorta, anche perché, peraltro, la visita è stata offuscata dall’uccisione di un giornalista francese inviato a Severodonetsk, dove si sta concentrando l’avanzata russa.

Frédéric Leclerc-Imhoff è morto mentre si trovava su un bus che stava evacuando i civili dalla zona. Secondo le autorità ucraine, alcune bombe russe sarebbero cadute nei pressi del convoglio e “le schegge delle granate hanno perforato la corazza dell’auto, [causando] una ferita mortale al collo” del malcapitato.

Sul profilo ufficiale di twitter di Macron si legge altro: il giornalista era “a bordo di un autobus umanitario, insieme ai civili costretti a fuggire per sottrarsi alle bombe russe ed è stato colpito a morte” lasciando indefinita la causa. Abbiamo notato che la traduzione automatica italiana di Twitter riporta “colpi d’arma da fuoco”.

La Francia ha aperto un’inchiesta sull’accaduto, ma è difficile che smentiscano le autorità ucraine. All’attivismo spuntato della Francia, con la  Germania a rimorchio, si affianca quello più confuso, ma efficace, di Erdogan. Ne scriveremo in una nota successiva.