27 Maggio 2022

La morte di Shireen Abu Akleh: lo scoop della Cnn e l'ira di Israele

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Tre giorni fa, lo scoop della Cnn che, a seguito di un’inchiesta accurata, aveva concluso che la cronista di al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa durante l’incursione dell’esercito israeliano nella cittadina palestinese di Jenin, era stata presa di mira deliberatamente da un soldato israeliano.

Un servizio bomba perché basato sulle analisi dei filmati a disposizione, sui risultati dell’autopsia e diverse testimonianze. L’inchiesta aveva ovviamente trovato eco in Israele (vedi Haaretz), suscitando però anche preoccupazioni e irritazione, anche perché si era deciso di non indagare sull’accaduto.

Così il Jerusalem Post: “Data la natura dell’operazione, gli intensi combattimenti e scontri a fuoco di ampia portata, è stato deciso che non era necessario aprire un’indagine di polizia militare in questa fase”, si legge in una nota. “La decisione è stata presa in conformità con le norme riguardo le inchieste relative alla Giudea e alla Samaria [o Cisgiordania ndr], approvate dalla Corte Suprema, secondo le quali non è richiesta l’apertura di un’indagine penale nel caso delle morte di un palestinese durante un’attività operativa che comporta un combattimento, a meno che non vi sia reale sospetto di reato”.

Il fatto che la cronista uccisa avesse anche la cittadinanza americana ha ovviamente favorito l’interesse dei cronisti statunitensi, normalmente non molto attenti alle denunce dei palestinesi (come d’altronde il resto del mondo occidentale).

Ma lo scoop della Cnn rischiava di innescare nuove tensioni nel rapporto tra Washington e Tel Aviv, già forti – anche se sottotraccia – a causa dell’apertura delle trattative per ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano, tanto importante per la pace nel mondo e tanto contrastato da diversi ambiti israeliani (1).

L’imminenza della visita di Biden in Israele rendeva le criticità create dallo scoop della Cnn ancora più rischiose, perché il vulnus di immagine, tra altre cose, rischiava di indebolire le autorità israeliane nei confronti dell’interlocutore d’oltreoceano, che certo nella visita chiederà a Tel Aviv, come ha già fatto in passato, di comprendere le ragioni per cui l’America vuole un accordo con Teheran.

A evidenziare quanto sia stata forte la reazione israeliana allo scoop, il fatto che a definirla una Fake news sia stato addirittura il Capo dello Stato; e per di più in un intervento al Forum di Davos, cioè in un ambito pubblico e autorevole a livello internazionale. Issac Herzog ha cioè parlato a nome del suo Paese, dicendo chiaro e tondo che l’ingerenza americana sul punto è inaccettabile.

Certo, i palestinesi continueranno a chiedere giustizia, o almeno che si apra un’inchiesta internazionale, ma da soli non andranno da nessuna parte. Dopo l’intervento di Herzog, infatti, l’America (o altri) non potrà sostenere le loro richieste, non potendo rischiare una rottura con il suo prezioso alleato.

Certo, qualche media Usa potrà ancora rilanciare la vicenda, ma nulla più. Il caso è chiuso, punto. Peraltro, gli Stati Uniti adesso hanno altro da pensare. La guerra per procura contro la Russia in Ucraina e la strage degli innocenti che si è consumata in una scuola del Texas, e le roventi polemiche conseguenti, hanno derubricato l’omicidio della cronista di al Jazeera a una insignificante nota a margine della storia.

(1) Vero anche che autorevoli esponenti della Difesa israeliana si sono spesi in favore dell’accordo, come ad esempio il generale Dror Shalom, a capo dell’ufficio politico-militare del Ministero della Difesa israeliano che, in un incontro riservato con alcuni funzionari del Dipartimento di Stato, ha detto che stracciare tale intesa è stato un tragico “errore” (Responsible Statecraft).