12 Maggio 2022

La Svezia e la Finlandia nella Nato e la distensione del Caucaso

A sin Magdalena Andersson premier svedese, a ds Sanna Marin premier finlandese

L’adesione della Finlandia e della Svezia nella Nato non rappresenta una minaccia esistenziale per la Russia. Così il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, raggelando i costruttori di guerra che speravano di aprire un nuovo fronte.

Particolarmente interessata ad allargare la guerra è la la Gran Bretagna, che ha siglato un accordo di difesa con i due Paesi nordici, ponendoli sotto l’immediata protezione di Londra.

Tradotto, se la Russia dovesse attaccare quei Paesi prima della loro adesione formale alla Nato, la Gran Bretagna invierebbe una pattuglia di soldati in loco facendo scattare l’articolo 5 che vincola i Paesi membri alla mutua difesa. Per fortuna, questo nuovo fronte non è destinato ad aprirsi, almeno non nell’immediato.

Il fronte vero, quello ucraino, invece, resta sempre nella sua precarietà, dove la guerra vera scorre in parallelo con quella meno insanguinata ma più pericolosa, che si gioca all’interno del fronte occidentale, diviso tra quanti tentano di costruire ponti per giungere alla sospirata pace e quanti li distruggono.

Macron è il leader occidentale che più si sta esponendo per il negoziato, scegliendo ultimamente (e con intelligenza) di giocare di sponda con Xi Jinping, contattato due giorni fa a tale scopo.

Anche in Germania il fronte del negoziato è forte, sia in ambito politico che industriale, perché sa bene che il prolungamento e l’eventuale ampliamento del conflitto rischia di incenerire l’Unione europea a livello economico, finanziario e geopolitico.

Ma Berlino ha margini di manovra più ridotti, perché il gigante economico non è riuscito, nonostante gli sforzi e le illusioni (non solo tedesche), a uscire dalla sua condizione di nano geopolitico.

Simbolica, in tal senso, l’afonia della Merkel, che sta assistendo impotente alla demolizione di quanto ha edificato in decenni. E dire che per anni è stata definita la donna più potente del pianeta (sul punto avevamo avanzato le nostre riserve, suscitando qualche reazione).

Berlino può solo piangere se stessa, avendo violentato l’Unione europea dei padri fondatori per farne una Grande Germania sotto mentite spoglie, distruggendone potenzialità e prospettive globali.

Inoltre, a fare ulteriore pressione sull’apparato economico-finanziario teutonico, spina dorsale della resistenza ai neocon, la pubblicazione recentissima di un volume che espone in dettaglio come le fortune industriali tedesche affondino le loro radici nel nazismo.

Nel pubblicarne una recensione, il New York Times titolava: “Sono gli eredi delle fortune naziste e non si stanno scusando”. Un segnale di peso: se Berlino non si fosse piegata, gli archivi anglosassoni erano pronti a vomitare su di essa quanto finora hanno celato all’opinione pubblica mondiale.

Così, a farsi portavoce di quella parte di Europa che non vuole morire per l’ambizione Washington di tornare dominus incontrastato del mondo è stato scelto il meno ricattabile presidente francese, che sta tentando di fare asse con Pechino, anch’essa interessata a porre fine al conflitto.

Oltre alla Cina, ha sponde anche in quella parte di America non consegnata alle follie dei neoconservatori. Anzitutto Trump, che si è espresso per la necessità di un negoziato tra ucraini e russi (The Hill) e che ha preso in mano il partito repubblicano (come dimostra il fatto che dei 59 candidati che hanno vinto le primarie repubblicane, 58 hanno avuto il suo endorsement).

Ma anche altri ambiti di oltreatlantico meno estroversi e più navigati, il cui dissenso per la piega che ha preso l’aiuto della Nato all’Ucraina (non più difesa, ma guerra infinita per abbattere la Russia) inizia ad affiorare, anche se timidamente, sui media mainstream.

Abbiamo riportato vari articoli che vanno in questa direzione, ultimo quello di Stevenson. Oggi, invece, quello di David Ignatius, penna celebre del Washington Post, che annuncia come Russia e Stati Uniti stiamo collaborando per la distensione tra Armenia e Azerbaigian, ancora divise dopo la guerra del 2020, quando le truppe di Baku attaccarono la regione contesa del Nogorno-Karabakh.

“In un momento nel quale il mondo è concentrato sull’intenso conflitto ucraino – scrive Ignatius -, i problemi diplomatici del Caucaso possono apparire folkloristici. Ma favorire la risoluzione di questi conflitti irriducibili non è solo una cosa positiva in sé; ma offre anche un potenziale punto di convergenza per gli interessi dell’America e della Russia, una convergenza che potrebbe aprire utili vie di dialogo” tra le due potenze.

Nel descrivere nel dettaglio i passi che si stanno compiendo per raggiungere l’accordo caucasico, Ignatius spiega che l’America si è proposta come co-sponsor formale del negoziato insieme a Russia e Francia, rinnovando la formula di Minsk-2, l’accordo che pose fine alla guerra del Donbass.

Mosca ha rifiutato tale formula, prosegue Ignatius (peraltro non molto feconda, come dimostra il conflitto attuale) e però l’Unione Europea “si è unita alla Russia come co-sponsor dei colloqui, ospitando il mese scorso un incontro tra Pashinyan [presidente dell’Armenia] e Aliyev [presidente dell’Azerbaigian] a Bruxelles. Ciò fornisce una gamba occidentale di supporto alla normalizzazione”.

Quindi, dopo aver spiegato il favore americano al processo di pace e l’importante ruolo che sta svolgendo la Turchia, conclude così: “L’Armenia ha un problema che gli ucraini potrebbero dover affrontare in futuro. Dopo aver sofferto così tanto in battaglia, come può una nazione fare pace con i paesi che hanno causato così tanto dolore e sofferenza? È un problema secolare, soprattutto per una nazione come l’Armenia che ha subito un genocidio. Beati gli operatori di pace, anche se non sono molto popolari in questo momento in una Yerevan ancora in lutto”. E in tutto il mondo, si può legittimamente aggiungere.

Peraltro, a tale proposito si può osservare come i rapporti tra gli Stati Uniti e tanti Paesi da essi aggrediti si siano fatti, col tempo, meno conflittuali. Non scendiamo in dettagli, dal momento che dal Vietnam in poi l’elenco sarebbe infinito.

 

Ps. Sul Corriere della Sera l’allarme di John Kerry sui pericoli che una guerra infinita pone al clima. Anche quello scelto dal fedelissimo di Obama è un modo per favorire l’uscita da questa crisi.