3 Maggio 2022

La Russia ha retto la stretta delle sanzioni, il mondo no

Le sanzioni d’inferno che si sono abbattute sulla Russia e che avrebbero dovuto piegarla in breve tempo, non solo non hanno sortito gli effetti desiderati, ma si sono rivelate nefaste per i Paesi che le hanno comminate.

Ne scrive Brahma Chellaney su The Hill, secondo la quale i Paesi che hanno emanato sanzioni contro la Russia “sono cadute in una trappola: con le sanzioni e l’aggravarsi del conflitto, che contribuiscono ad aumentare i prezzi globali delle materie prime e dell’energia, si registrano maggiori entrate per Mosca nonostante una significativa diminuzione delle sue esportazioni. Mentre i prezzi internazionali più alti, alimentando l’inflazione, si traducono in problemi politici interni per coloro che hanno emanato le sanzioni”.

E mentre il rublo, nonostante il flagello, si è “ripreso grazie all’intervento statale”, altre valute sono in forte calo: per fare un esempio, lo yen giapponese, “(la terza valuta più scambiata al mondo), è sceso al minimo da 20 anni rispetto al dollaro USA”

“Nel frattempo, l’inflazione galoppante e le interruzioni delle catene di approvvigionamento stanno minacciando i profitti delle imprese occidentali, mentre l’aumento dei tassi di interesse, deciso per frenare l’inflazione, peggiora la già brutta situazione dei consumatori”.

Anche l’America è alle prese con simili problematiche, dal momento che “aprile è stato il mese peggiore per Wall Street dal crollo del marzo 2020 innescato dalla pandemia”, mentre l’indice S&P 500, che misura l’andamento delle più importanti imprese americane, nello stesso mese “è sceso dell’8,8%”.

“Nei primi due mesi di guerra ucraina – prosegue la Chellaney – chi ha imposto le sanzioni ha ironicamente aiutato la Russia a raddoppiare quasi le sue entrate relative alla vendita di combustibili fossili, circa 62 miliardi di euro, secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air”.

“I 18 acquirenti più importanti, con la sola eccezione della Cina, sono stati i Paesi che hanno imposto le sanzioni, con l’Unione Europea che da sola ha rappresentato il 71% degli acquisti di combustibili russi”.

Non solo l’energia: “La Russia è il paese più ricco al mondo per risorse naturali, essendo tra i maggiori esportatori mondiali di gas naturale, uranio, nichel, petrolio, carbone, alluminio, rame, grano, fertilizzanti e metalli preziosi come il palladio, più prezioso dell’oro e utilizzato nei convertitori catalitici”.

Così “i veri perdenti del conflitto Russia-NATO, purtroppo, sono i paesi più poveri, che stanno sopportando il peso maggiore delle ricadute economiche. Dal Perù allo Sri Lanka , l’aumento dei prezzi di carburante, cibo e fertilizzanti ha innescato violente proteste di piazza, che in alcuni Stati sono sfociate in disordini politici”. Inoltre, tali Paesi hanno visto incrementato di molto il loro debito pubblico.

Le sanzioni avrebbero dovuto devastare la Russia, ma non è andata così, continua la ricercatrice, perché, come tutti i conflitti, anche quelli economici hanno risvolti imprevedibili.

Il combinato disposto sanzioni – rifornimento di armi all’Ucraina avrebbe dovuto portare la Russia a impantanarsi, logorandola e finendo per farla collassare. “E se, invece di una Russia indebolita – si chiede la ricercatrice – un contraccolpo nazionalistico generasse una Russia neo-imperiale più militarmente assertiva?”

Infatti, è da considerare che se certo la guerra non va come sperava la Russia, non va neanche come sperava la Nato, dal momento che Mosca ora controlla gran parte del Donbass, cioè il territorio sul quale insiste “il 90 per cento delle risorse energetiche dell’Ucraina, compreso tutto il suo petrolio offshore e gran parte delle sue infrastrutture portuali critiche. I porti ucraini sul Mar d’Azov e quattro quinti della costa ucraina del Mar Nero sono ora della Russia, che in precedenza aveva preso il controllo dello stretto di Kerch che collega questi due mari”.

Se la Russia si trincera in quest’area, secondo la Chellaney, potrebbe “evitare di impantanarsi” nonostante il diluvio di armi inviate in Ucraina. Un diluvio, peraltro, che segnala come neanche l’America creda più nell’efficacia delle sanzioni, che peraltro storicamente non hanno mai conseguito gli scopi per le quali sono state emanate, non avendo mai ottenuto il cambiamento di linea politica degli Stati interessati.

Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione, conclude la ricercatrice: “le sanzioni, segnalando l’avvento di una nuova era di unilateralismo a guida statunitense, rischiano di indebolire e, alla fine, persino di far collassare l’architettura finanziaria globale controllata dall’Occidente che si vorrebbe difendere”.

Infatti, “le sanzioni estreme, alimentando preoccupazioni diffuse sull’armamento della finanza, con tutte le implicazioni che ciò comporta per i Paesi che oseranno oltrepassare le linee rosse stabilite degli Stati Uniti, hanno dato nuovi stimoli agli Stati non occidentali per esplorare nuovi accordi paralleli. La Cina non solo guiderà tale processo, ma è anche destinata a emergere come la vera vincitrice del conflitto NATO-Russia”.

La chiosa finale della ricercatrice è discutibile, ma di certo a Washington tale ipotesi è presa in seria considerazione. E però continuare a esercitare la massima pressione sulla Russia e, in parallelo, ripristinare l’assertività pregressa, o aumentarla, nei confronti della Cina, non è praticabile. Neanche l’America può reggere due fronti tanto impegnativi.

Così, mentre il confronto con la Russia resta aspro, con tutti i rischi del caso, il confronto globale Oriente – Occidente rimane fluido e imprevedibile. Vedremo.