14 Aprile 2022

Gli Usa mostrano i muscoli a India, Pakistan, Sudafrica e Corea del Nord

Tempo di lettura: 4 minuti

a dx Imran Khan, a sin Narendra Modi’

La guerra ucraina è mondiale, che lo si voglia o no, e ha aperto nuovi fronti, anzitutto quello asiatico, nel quale gli Stati Uniti, dopo un breve stand by per concentrarsi in Ucraina, hanno ripreso il loro iperattivismo.

Prima vittima di tali manovre il premier pakistano Imran Khan, costretto alle dimissioni. Al suo posto va Shehbaz Sharif, fratello minore dell’ex premier Nawaz, che per negli anni ’90 contese il potere all’indimenticata Benazir Bhutto, uccisa in un attentato kamikaze, per poi essere rieletto, dopo breve pausa, nel 2003.

Insomma, il neo premier ha una storia forte e burrascosa alle spalle. Secondo Khan lo ha detronizzato grazie alle manovre americane, che certo non lo stimano a causa del suo rifiuto di aiutarli nella guerra afghana, da cui lo spregiativo soprannome “Taliban Khan“, e per aver detto no all’insediamento di basi americane nel suo Paese.

Un’ostilità cresciuta nel tempo a causa dell’incremento dei legami tra Pakistan e Cina e con un punto di rottura provocato dalla guerra ucraina. Non solo Khan si è rifiutato di condannare la Russia, ma alla richiesta di abbandonare tale neutralità, avanzata da 22 nazioni, ha dato questa risposta pubblica: “Cosa pensi di noi? Siamo tuoi schiavi che qualunque cosa tu dica, la faremo?”.

Risposta che non gli ha portato fortuna, sostiene, dichiarando che il nuovo governo è stato imposto dagli Stati Uniti, con un regime-change incruento (almeno stavolta).

Ovviamente il Dipartimento di Stato si è peritato di rassicurare che non c’entrano nulla con quanto avvenuto, a proposito di pieno rispetto della sovranità altrui brandito contro la Russia nella guerra ucraina. Ma la risposta non ha convinto affatto  né Khan né i suoi accesi sostenitori.

Per quanto riguarda la Cina, che potenzialmente rischia di perdere il suo più importante alleato, non si segnalano reazioni degne di nota, solo qualche articolo del Global Times, media non ufficiale, che  pur riconoscendo il ruolo di Khan nello sviluppare l’amicizia tra i due Paesi, spiega che nel suo primo discorso pubblico “Shehbaz Sharif ha dichiarato che promuoverà con vigore lo sviluppo del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), il progetto faro della cooperazione Cina-Pakistan nell’ambito della Belt and Road Iniziative“.

Aggiungendo che “come tutti i partiti e i gruppi politici pakistani condividono il consenso riguardo un vigoroso sviluppo dei legami bilaterali con la Cina, la volontà della Cina di sostenere con forza lo sviluppo economico del Pakistan non cambierà a causa del mutare delle maree politiche a Islamabad”.

Forse vero, forse no, resta probabile che il Pakistan si avvii verso un periodo di turbolenze, magari complicate dalla variabile terrorismo. Intanto, però, arriva la notizia di un accordo con Mosca per attivare il Pakistan Stream (Anadolu), progetto da tempo in stallo, che confermerebbe quanto scritto dal GlobalTimes.

Le dismissioni di Khan sono giunte a ridosso del vertice virtuale tra Biden e Modi, al quale il presidente Usa ha avanzato lamentele assimilabili a quelle di cui è stato fatto segno Khan, dal momento che ha chiesto all’India di rescindere i legami con Mosca, da cui acquista energia e armi, addirittura bypassando il dollaro in favore delle monete nazionali.

Chissà se la coincidenza temporale con le dimissioni del vicino pakistano hanno prodotto una qualche inquietudine nel presidente indiano, ricordandogli che la sua avventura politica potrebbe incorrere in analoghi incidenti.

Nel dubbio, resta che Modi sembra abbia risposto picche al suo interlocutore, ma ciò potrebbe causare problemi al gigante asiatico, come dimostrano le dichiarazioni del Capo del Dipartimento di Stato Tony Blinken, il quale ha annunciato che gli Stati Uniti hanno iniziato a monitorare “l’incremento delle violazioni dei diritti umani in India”. Un tempismo che non lascia spazio a interpretazioni.

L’attivismo Usa si è dispiegato anche in Africa, con Biden che ha chiamato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa per capire perché la sua nazione si sia astenuta al momento del voto Onu sulla condanna dell’invasione russa.

Secondo la Reuters i due avrebbero parlato anche dell’impatto della crisi ucraina “sulla sicurezza alimentare”, cioè la penuria causata dall’aumento globale dei prezzi dei beni di prima necessità.

Messaggio che, decodificato, vuol dire che gli Usa aiuteranno il Sudafrica se si schiererà contro i russi, mentre al contrario la sua popolazione potrà tranquillamente morire di fame. Tale l’interpretazione dei diritti umani in certe latitudini.

Concludiamo tornando all’Asia, dove la Corea del Nord ha ripreso le sue sfide immaginifiche, e poco altro, agli Stati Uniti, lanciando alcuni missili nel mare adiacente.

In risposta, la “USS Abraham Lincoln e il suo gruppo d’attacco”, insieme a navi della Marina giapponese (Stars and Stripes), hanno dato vita a un’esercitazione navale al largo della penisola coreana. Una dimostrazione “di deterrenza”, ha detto il portavoce della 7a flotta.

Dal 2017, è la prima volta che “un gruppo di vettori statunitensi si schiera” davanti alla Corea del Nord. E non promette nulla di buono per la distensione.

Così, mentre l’orco Trump aveva risposto alla sfida da operetta di Kim aprendosi al dialogo con Pyongyang, fallito solo per le oscure manovre dei neconservatori (Piccolenote), i più bravi democratici rispondono con le cannoniere. Bizzarrie dei buoni.