25 Marzo 2022

Ucraina: la guerra segreta tra Dipartimento di Stato e Pentagono

Di interesse una nota di Joe Lauria su Consortium News in merito ad un articolo di Newsweek (di cui avevamo pubblicato una sintesi) nel quale analisti del Pentagono spiegano, nel dettaglio, come la Russia stia trattenendo l’uso della forza, usando le forze aeree e i missili per lo più a supporto delle forze di terra ed evitando i bombardamenti indiscriminati sui civili (qui l’integrale di Newsweek).

Secondo Lauria, quanto riferito dagli analisti a Newsweek (che riferiva informazioni che contrastavano la narrativa, imperante, del Dipartimento di Stato) sarebbe uno dei tanti indizi di una guerra sottotraccia che si sta consumando tra il Dipartimento di Stato e il Pentagono, cioè i militari, alieni da certe follie belliciste dei neoliberisti che presiedono al Dipartimento di Stato, i quali, insieme ai neocon, stanno spingendo per un ingaggio diretto della Nato nel conflitto ucraino, col rischio di innescare l’Armageddon.

Altro indizio di tale contesa, secondo Lauria, sarebbe la smentita, sempre proveniente dal Pentagono, della preparazione di un attacco chimico da parte della Russia nel teatro di guerra, tasto sul quale invece l’amministrazione Biden sta battendo molto.

Così Lauria: “La Reuters ha riferito: ‘Gli Stati Uniti non hanno ancora visto alcuna indicazione concreta di un imminente attacco russo con armi chimiche o biologiche in Ucraina, ma stanno monitorando da vicino i flussi di intelligence, ha affermato un alto funzionario della Difesa statunitense'”.

“Il funzionario del Pentagono ha affermato: ‘Non c’è alcuna indicazione che ci sia qualcosa di imminente al riguardo in questo momento’. Né il New York Times né il Washington Post – commenta Lauria – hanno pubblicato l’articolo della Reuters, apparso nel più oscuro US News and World Report”. 

Forse la dialettica evidenziata da Lauria è esagerata, ma forse anche no.  perché non c’è due senza tre… agli inizi di marzo, infatti, il Dipartimento di Stato aveva chiesto alla Polonia di fornire i propri jet da combattimento agli ucraini, richiesta a cui Varsavia, dopo aver nicchiato, ha acconsentito, a patto però che l’iniziativa fosse addebitata alla Nato.

Così si era detta disponibile a inviare i propri aerei in una base americana sita in Germania dalla quale avrebbero poi dovuto essere trasferiti nel teatro di guerra. Ma il Pentagono, ben conscio che l’iniziativa incendiaria rischiava di innescare un conflitto diretto tra Nato e Russia, ha posto il veto.

Commentando questo nascosto retroscena, Ron Paul scriveva: “Il Dipartimento di Stato sta cercando di farci entrare in guerra e il Pentagono sta cercando di tenerci fuori. Che ironia!”.

Questa guerra, dunque, si combatte su più fronti, alcuni dei quali riposti e invisibili al grande pubblico, ma non meno cruciali. Uno dei fronti è quello economico, con le sanzioni che, nelle intenzioni degli Stati Uniti, dovrebbero piegare o far collassare la Russia.

Obiettivo arduo se Mosca è sostenuta dalla Cina, da cui l’incontro tra Biden e Xi Jinping per tentare di indurre Pechino a rescindere i rapporti con la Russia. Obiettivo mancato, anche se la Cina resta in grandi ambasce, dato che teme che tale posizione gli attiri nuove iniziative restrittive da parte dell’Occidente.

Ambasce, peraltro, amplificate in questi giorni dalla tragedia aerea avvenuta il giorno dopo l’incontro con Biden, che ha causato la morte di 132 persone (per i dettagli si può leggere sul Corriere della Sera l’articolo dal titolo “Aereo caduto in Cina. Il mistero del silenzio dei piloti prima dello schianto”).

Non solo la Cina, anche l’India sta dando grandi grattacapi alle Cancellerie occidentali, dal momento che anche l’altro gigante asiatico si è rifiutato di aderire alla campagna di contrasto alla Russia, dati i suoi legami con Mosca.

Il pressing per convincere New Delhi non sta dando risultati, anzi: a una delegazione britannica di alto profilo, che avrebbe dovuto recarsi in India in questi giorni, è stato chiesto di evitare il viaggio (Guardian). E oggi il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è incontrato con il consigliere per la sicurezza nazionale indiano Ajit Doval (incontro inusuale dati i recenti aspri contrasti tra i due giganti asiatici).

Wang Yi era reduce da una visita in Afghanistan (la prima volta che un funzionario di così alto livello di Pechino si receva nel Paese limitrofo dopo l’ascesa al potere dei talebani). Così è molto probabile che, oltre alla situazione internazionale dominata dalla guerra ucraina e dalle conseguenze economiche della stessa, i due abbiano parlato anche di come stabilizzare la situazione a Kabul, che le sanzioni americane hanno messo in ginocchio.

Sull’Afghanistan riportiamo quanto scrive il sito del Libertarian Institute: “Il governo afghano ha stimato che oltre 13.000 neonati sono morti nel Paese quest’anno, appena sei mesi dopo che gli Stati Uniti hanno ritirato gli aiuti umanitari, sequestrato i conti bancari ufficiali e sanzionato il nuovo regime di Kabul”. Nessuno racconta questa tragedia, perché a uccidere, in questo caso, non sono le bombe russe, ma le più democratiche e liberali sanzioni americane.

Tanto democratiche e liberali che vengono esaltate esplicitamente… Due giorni fa, ad esempio, la scomparsa dell’ex Segretaria di Stato Madeleine Albright, elogiata da tutti i media mainstream perché, prima donna a ricoprire la carica di Segretario di Stato (grazie alla sua amicizia con la First Lady Hillary Clinton), ha avuto il “merito” di aver organizzato la guerra dei Balcani, forgiando la “leadership” Usa del post ’89 (così il Washington Post).

Di lei ricordiamo anche una caduta di stile, ripresa da Democracy Now, molto illuminante, insieme al ritratto del Wp, per quanto riguarda l’attualità, che riguardava le conseguenze delle dure sanzioni inflitte all’Iraq: “‘Nel maggio del 1996, 60 Minutes trasmise un’intervista a Madeleine Albright, che all’epoca era l’ambasciatrice alle Nazioni Unite della presidenza Clinton”.

“La corrispondente Leslie Stahl chiese all’Albright: ‘Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Voglio dire, sono morti più bambini che a Hiroshima. E… e, sai, ne vale la pena?’ Madeleine Albright risposte: ‘Penso che questa sia una scelta molto difficile, ma il prezzo… pensiamo che ne valga la pena’”.