23 Marzo 2022

Ucraina: gli avvertimenti puntuali di George Bush senior

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Sulla crisi ucraina riferiamo due accenni riguardanti due presidenti. Il primo è di George H. W. Bush e ne scrive James Carden, a lungo notista di Esteri per The Nation, su Asia Times.

“Il 1° agosto 1991, il presidente degli Stati Uniti George Herbert Walker Bush arrivò a Kiev con un messaggio che non tutti volevano sentire. Rinunciando alla tentazione del trionfalismo che da allora ha segnato la risposta americana alla fine della Guerra Fredda, Bush è salito sul podio della Rada (parlamento) ucraino e ha avvertito che gli Stati Uniti non “non sosterranno coloro che cercano l’indipendenza per sostituire una tirannia lontana con un dispotismo locale. Non aiuteranno coloro che promuovono un nazionalismo suicida basato sull’odio etnico”.

In tal modo Bush “espose i limiti del coinvolgimento americano negli affari sovietici (e implicitamente post-sovietici)”, continua Carden, che riporta un’altra considerazione fatta allora dal presidente Usa: “Non possiamo dirvi come riformare la vostra società. Non cercheremo di scegliere vincitori e vinti nelle competizioni politiche […]. Sono affari vostri; non sono affari degli Stati Uniti d’America”.

“All’epoca – prosegue Carden – il discorso di Bush ricevette un’accoglienza ostile [in patria]. Questi e la classe politica americana erano ancora barcollanti a causa della sbornia trionfalistica della Guerra Fredda, da cui devono ancora uscire”.

Il discorso di Bush fu memorabilmente soprannominato il discorso “Chicken Kiev” dall’editorialista neoconservatore William Safire”, il quale “avrebbe poi trascorso il resto della sua carriera a sostenere le inutili guerre americane dal suo trespolo al New York Times”. Eppure, secondo Carden, il tempo ha dato ragione a Bush e torto ai presidenti che gli sono succeduti.

“Data l’attuale crisi – scrive Cardne – ci si potrebbe chiedere come sia potuto accadere che i successivi presidenti degli Stati Uniti abbiano abbandonato la saggia cautela di Bush per adottare una negazione dogmatica delle realtà geopolitiche; in particolare, gli interessi di sicurezza nazionale della Russia nei confronti dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e gli interessi di Mosca per il benessere delle popolazioni delle minoranze russe all’interno delle repubbliche post-sovietiche”.

“Lo spettro di un ‘nazionalismo suicida’ ha perseguitato per decenni la politica ucraina e negli ultimi anni è diventata la sua forza dominante, grazie in gran parte alla retorica e all’assistenza finanziaria e militare fornita dai successori del compianto Bush”.

“In due momenti chiave degli ultimi 20 anni, durante la rivoluzione arancione del 2004 e, un decennio dopo, durante la rivolta di Maidan del 2014, Kiev è stata incoraggiata a indulgere nelle tentazioni nazionaliste contro le quali Bush aveva messo in guardia”.

“Nel suo rifiuto di attuare il Protocollo di Minsk del 2015 [che aveva posto fine alla prima guerra ucraina ndr], il governo di Kiev stava soccombendo al tipo di ‘nazionalismo suicida’ di cui Bush Sr aveva avvertito”.

“Come ha recentemente commentato l’economista americano Branko Milanovic, “il nazionalismo dell’Europa orientale è la peggiore malattia possibile. Fu sottomesso al comunismo. È stato poi usato come strumento per disfare i regimi comunisti. Ora potrebbe far saltare in aria il mondo intero”.

Non avendo dato alcun peso all’avvertimento di Bush senior, la politica estera degli Stati Uniti ha preso forme incendiarie: “Sia la Rivoluzione arancione che il colpo di stato di Maidan, insieme alle continue promesse pubbliche degli Stati Uniti sul fatto che un giorno l’Ucraina sarebbe entrata a far parte della NATO, hanno contribuito a persuadere Mosca a fare l’impensabile”.

“Invece di seguire la politica cauta e moderata di Bush, gli Stati Uniti sono diventati un attore a tutti gli effetti della politica dell’Ucraina, con risultati disastrosi”.

Se riferiamo quanto scrive Carden non è per legittimare l’invasione russa, quanto per evidenziare come tante e importanti figure dell’establishment americano abbiano messo in guardia da certe iniziative (ne abbiamo accennato in altre note pregresse), prefigurando i disastri che oggi piangiamo, alcuni con lacrime di coccodrillo (in tutti i sensi che tale precisazione evoca), e con i rischi connessi a una possibile escalation, cioè l’estinzione della razza umana (di questo si parla quando si evoca una no fly-zone sull’Ucraina o un intervento della NATO, per restare in tema di pulsioni suicide).

Come postilla, ci permettiamo di segnalare un video (eloquente) del 1999, postato su Twitter, che ci è stato segnalato, nel quale Joe Biden si vantava così: “”Sono stato io a suggerire il bombardamento di Belgrado. Sono stato io a suggerire di inviare piloti americani e far saltare in aria tutti i ponti sul Danubio”…

Le bombe di allora non legittimano le attuali, ma evidenziano la grande ipocrisia che, come una nebbia impenetrabile, aleggia su questa guerra, dove propaganda e informazione vanno a confondersi.

Di certo, dopo aver visto il video, è arduo identificare gli Stati Uniti come dei paladini dei diritti umani in lotta per difendere i diritti altrui. Le guerre si fanno solo per interesse.

L’interesse degli Stati Uniti allora era quello di distruggere l’ultimo residuo ex sovietico – per collegamento indiretto – rimasto in piedi dopo la caduta del Muro e per produrre un caos creativo nel cuore dell’Europa (così come in seguito in Medio oriente), utile per rendere il Vecchio continente più soggetto a Washington.

Ora è quello di logorare e abbattere la Russia, combattendola in una guerra per procura “fino all’ultimo ucraino”, come ha scritto Ron Paul in un recente articolo. E, come allora, per ricondurre nuovamente i Paesi europei, che si sono presi qualche libertà di troppo, sotto l’ala “protettiva” degli Stati Uniti.

Tale il disegno geopolitico, che per attuarsi necessita di un conflitto prolungato.  Necessità che spiega perché fino ad ora gli Stati Uniti hanno chiesto al mondo solo di armare la resistenza ucraina, ignorando le trattative diplomatiche, più indispensabili che mai in questa guerra che rischia di dilatarsi a livello globale.