18 Marzo 2022

Biden parla con Xi, ma scoppia il caso del computer di Hunter

Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi la conversazione telefonica tra Biden e Xi Jiping, al quale il presidente americano, secondo i media occidentali, chiederà di non sostenere la Russia, pena dure sanzioni. Difficile che sia ascoltato, come peraltro ha fatto trapelare Pechino poco prima del contatto.

Così il Global Times nel riferire la notizia: “la Cina, con un’iniziativa inusuale, ha inviato un segnale duro, dichiarando che non accetterà mai le minacce e la coercizione degli Stati Uniti sulla questione dell’Ucraina, giurando di dare una risposta forte se gli Stati Uniti adottassero misure lesive dei legittimi interessi della Cina” in caso di mancato assolvimento della richiesta. Il fatto è che tra le due potenze si è stabilito un legame esistenziale e sanno bene che simul stabunt simul cadent.

A creare tale rapporto, peraltro, è stata la stessa Washington che ha orientato la sua politica estera a contrastare le minacce poste dai Paesi autoritari (Pechino e Mosca) al mondo libero guidato dagli Stati Uniti. Slogan efficace e che sta producendo dinamiche nuove nel mondo.

Ma, al di là delle ovvietà di cui sopra, che non valgono il costo della comunicazione, è possibile che i due parlino anche di cose serie, come ad esempio tentare di trovare una soluzione al rebus ucraino.

Non è un caso che tale contatto avvenga nel giorno successivo alla conversazione tra il Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, la persona dell’amministrazione Usa più vicina al presidente, e il suo omologo russo Nikolai Patrushev, che sembra sia la persona più vicina a Putin.

Di quest’ultima conversazione abbiamo parlato nella nota precedente, spiegando che era la prima volta che avveniva un contatto a così alto livello tra Russia e Usa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

E avevamo ipotizzato che i due avessero anche esplorato vie per trovare una soluzione al conflitto, ipotesi che sembra confermata da due elementi. Il primo è che, nello stesso giorno, Biden ha definito Putin “criminale di guerra”, definizione che esula dal registro al quale un presidente deve attenersi per ragioni di Stato (tali le dinamiche della geopolitica).

Non è la prima volta che Biden esula da tale registro parlando di Putin. Nel marzo dello scorso anno, ad esempio, lo definì “assassino“, salvo invitarlo, subito dopo, al vertice sul clima, durante il quale ebbe il primo approccio da presidente con lo zar.

Enfatizzare l’avversione per Putin mette Biden al riparo da critiche interne ed è possibile che sia appunto una cortina fumogena per nascondere un tentativo di approccio risolutorio della crisi ucraina, alla quale i falchi del suo Paese sono radicalmente avversi, avendo visto l’opportunità di far collassare finalmente il nemico storico.

Di interesse, sul punto, quanto scrivono alcuni analisti sul sito ufficiale dell’autorevole Atlantic Council, i quali spiegano come questa guerra può portare Putin nella polvere, ma perché accada occorre continuare a sostenere la resistenza ucraina, implementando l’invio di armamenti, in particolare di droni, sistemi anti-carro e anti-aereo (i micidiali S-300).

Questa la conclusione della nota: “A proposito di no-fly zone: John [John Herbst, uno degli analisti ndr] dice che essa è possibile più di quanto si pensi, a patto che si tratti di un trasporto aereo umanitario comunicato in modo chiaro che non ha il compito di eliminare le difese aeree del nemico. “Poi affida al Cremlino l’onere di iniziare le ostilità” [passaggio più che inquietante…].

“E sebbene oggi la Casa Bianca e l’opinione pubblica americana ancora non sembrano pronti per questo livello di intervento ora, ha aggiunto, “altre due settimane di nefaste operazioni russe, cosa che è praticamente garantita, e tale disposizione potrebbe cambiare” (i neretti sono del testo). In pratica, si suggerisce di trattare la Russia alla stregua di Siria e Libia, dove tale iniziativa bellica è stata adottata con successo, nulla importando che si tratta di una potenza nucleare).

Così gli analisti dell’Atlantic Council, che reputano sia necessario il prosieguo del conflitto e la sua escalation. Come accennavamo, e come spiegano anche gli analisti in questione, Biden non sembra condividere affatto tale politica.

Ma Biden è sfortunato. Subito dopo la conversazione telefonica tra Sullivan e Patrushev, il New York Times ha pubblicato un articolo che riferisce di un’indagine a carico del figlio Hunter, che si avvarrebbe anche del contenuto del suo portatile.

Il computer di Hunter Biden è stato al centro di un’accesa querelle durante la recente campagna elettorale, dal momento che i media repubblicani sostenevano che fosse stato consegnato alle autorità, le quali vi avevano scoperto materiale compromettente.

La notizia fu derubricata a bufala dai media mainstream, anzi, al solito, come disinformazione russa, e come tale censurato (vedi ad esempio la mannaia calata su un cronista del celebre Intercept), con tanto di Fact checks autorevoli che smentivano punto per punto tali rivelazioni (questo il metodo della censura moderna).

Ora il Nyt, nulla importando della censura pregressa, che aveva applicato con l’usuale zelo, afferma che era tutto vero, che i russi non c’entravano per niente, e che si sta indagando a tutto campo sullo scavezzacollo Hunter.

Una bomba sulla Casa Bianca. Biden rischia di finire fuori dai giochi. E le redini dell’America, in un momento tanto delicato (anche per il negoziato sul nucleare iraniano) potrebbero diventare appannaggio di ambiti più oscuri, che magari condividono i sogni segreti dell’Atlantic Council.

Ma potrebbe addirittura prendere piede l’idea che il presidente sia “compromesso”, come già dice qualcuno. In tal caso potrebbe essere sostituito da Kamala Harris, rinnovando così i fasti del sanguinario Vice, quel Dick Cheney che diede avvio alle guerre infinite. Sarebbe una iattura, per l’Ucraina e per il mondo.

9 Agosto
Caccia a Trump