15 Marzo 2022

Ucraina: o la realpolitik o la guerra senza fine

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Mig 29 dell’aviazione polacca

Ieri il Washington Post ha pubblicato un interessante articolo di Matt Bai, il quale spiega che finora la guerra ucraina è proseguita su un binario dalla lettura molto semplice, creando unità nel mondo occidentale e “chiarezza di intenti” contro l’aggressione russa.

“Ma questo periodo di scelte facili e trame semplici sta volgendo al termine. Stiamo raggiungendo la fase della crisi in cui gli interessi dell’Ucraina e quelli degli Stati Uniti non saranno più perfettamente allineati”.

Mentre Zelensky continua a chiedere un più intenso impegno della Nato, la “realpolitik” impone a Biden di evitare un conflitto tra Nato e Russia, che “provocherebbe una crisi esistenziale alla quale un ampio segmento del pianeta potrebbe non sopravvivere”.

Così, prima o poi occorrerà iniziare a “fare pressione su Zelensky affinché accetti una soluzione negoziata che è palesemente ingiusta […]. Nessuno vuole dirlo ora, ma l’America preferirebbe vedere l’Ucraina cedere del territorio piuttosto che rischiare una guerra totale. Sarebbe una soluzione imperfetta, ma in cui continueremmo a vivere per riprendere la lotta in un’altra occasione”.

“Si potrebbe sostenere che qualsiasi compromesso ricompenserebbe perversamente l’aggressione di Putin […].  Ma il campo dei risultati possibili in Ucraina adesso è limitato”, dal momento che la continuazione della guerra si concluderebbe inevitabilmente con l’Ucraina “rasa al suolo” e le truppe russe al confine con la Polonia. Così è “preferibile che si apra la finestra” del negoziato.

“Tali calcoli odiosi non sono nuovi”, scrive Bai nel passaggio più significativo dell’articolo, dal momento che anche durante la Guerra Fredda si è ricorsi a tale dinamica per evitare la guerra nucleare.

Se è vero che l’Occidente difendeva la “libertà”, anche a costo di calpestarla in alcuni Paesi (vedi alla voce America Latina), è pur vero che “la storia dell’era nucleare era anche quella del perseguimento di obiettivi morali attraverso una cascata di compromessi che nella migliore delle ipotesi erano moralmente ambigui”.

“Sarebbe bello se l’Ucraina non richiedesse calcoli così dolorosi – scrive ancora Bai -, se Putin semplicemente ritirasse i suoi carri armati e implorasse pietà per la sua economia. Ma Biden deve sapere che deve preparare il Paese a un finale più angoscioso. Il suo compito, nel migliore dei casi, sarà quello di rendere appetibile un risultato negoziato all’estero e in patria”.

Da notare che, in parallelo a questo articolo, nello stesso giorno, il New York Times pubblicava una nota di Wang Huiyao che scriveva dell’inevitabilità di un negoziato, rilanciando l’ipotesi della mediazione cinese.

Così si può notare che all’interno del mondo occidentale, nonostante il fronte comune contro il nemico, si stanno confrontando due linee: quella più realista, che spinge per aprire una trattativa con la Russia, e quella dei falchi, che vedono nella prosecuzione a oltranza di questa guerra un’occasione per vincere la sfida globale con la potenza rivale.

Perché la guerra prosegua è sufficiente non deflettere dalla rigidità che ha contraddistinto finora l’approccio di tanta parte politica a questa crisi, cioè negare al nemico la benché minima concessione, continuando a chiedere solo la fine dell’aggressione e il ritiro delle truppe.

Posizione in sé ammirevole, ma ha una controindicazione: la Russia non si ritirerà, se non avrà ottenuto qualcosa. E senza un defenestramento di Putin, tramite golpe o regime-change, a oggi improbabile, la guerra è destinata a durare anni, se non decenni.

D’altronde gli ambiti che sostengono tale approccio alla crisi sono gli stessi che hanno imposto al mondo le guerre infinite. E trasformare la guerra ucraina in una guerra infinita è in linea con la loro strategia (peraltro, consente lauti dividendi, vedi articolo di The Hill: “Il conflitto in Ucraina è redditizio per l’industria della Difesa“).

Ciò, però, ha una conseguenza non altrettanto ammirevole, perché più la guerra prosegue, più aumenteranno i morti e la devastazione. Ron Paul sintetizza tutto questo nel titolo di un suo articolo: “Washington sta combattendo la Russia fino all’ultimo ucraino?”.

Riportiamo un passaggio dell’articolo: “Gran parte di ciò che sta accadendo in Ucraina può essere fatto risalire all’amministrazione Obama. Esponenti del Dipartimento di Stato come Victoria Nuland e Antony Blinken hanno pianificato ed eseguito il rovesciamento del governo ucraino nel 2014. Questo è ciò che ci ha messo sulla strada di questo conflitto, perché il governo insediato dopo il colpo di stato ha iniziato a chiedere l’adesione alla NATO”.

“Blinken, Nuland e altri responsabili di questa iniziativa nefanda sono tornati al governo in posizioni più importanti con la presidenza Biden e hanno continuato a portare avanti la loro agenda per l’Ucraina”.

“La scorsa settimana il Segretario di Stato Blinken – il nostro miglior diplomatico – ha cercato di inviare aerei da combattimento polacchi dell’era sovietica in Ucraina per sparare ai russi”.

“Quando i polacchi hanno detto che sarebbero stati ben contenti di inviare gli aerei in una base statunitense in Germania e di lasciare che il Pentagono li trasferisse in Ucraina, il Pentagono è finalmente intervenuto per annullare una mossa così straordinariamente ad alto rischio che, peraltro, anche a detta del Pentagono, non avrebbe avuto nessun effetto reale sull’esito della guerra”.

“Il Dipartimento di Stato sta cercando di farci entrare in guerra e il Pentagono sta cercando di tenerci fuori. Che ironia!”. Così anche all’interno del ristretto ambito di potere americano la guerra sta creando conflittualità. Una conflitto interno dal quale dipenderà molto di quel che accadrà nella guerra vera che si combatte in Ucraina.

Per fortuna, altri attori si stanno prodigando per spegnere l’incendio prima che incenerisca il popolo ucraino e forse il mondo. È il caso di Naftali Bennet, che ieri ha avuto una conversazione di un’ora e mezza con Vladimir Putin, seguita da una telefonata a Zelensky (Timesofisrael).

Non è un tentativo illusorio quello del premier israeliano, dal momento che nel frattempo proseguono i negoziati diretti tra le delegazioni delle due parti, che sembra stiano producendo qualche risultato, se ieri uno dei consigliere di Zelensky, Oleksiy Arestovych, ha dichiarato che un accordo potrebbe arrivare entro “maggio”.

E oggi lo stesso leader ucraino, in un intervento al Joint Expeditionary Force di Londra, ha detto che “l’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo” (Ansa).

Per restare sul suolo britannico, l’Economist ha pubblicato un intervento dell’autorevole politologo John Mearsheimer, il quale ha ripercorso le tappe dell’escalation ucraina, declinando in maniera meno polemica di Ron Paul le responsabilità dell’Occidente che, allargando la Nato fino al cortile di casa della Russia, ne hanno innescato la reazione.

Cose note e oggetto di controversia, ma un passaggio dell’articolo merita attenzione, quando Mearsheimer spiega che il passaggio che ha portato al parossismo l’allarme della Russia è stata la firma della “Carta Usa – Ucraina sul partenariato strategico”, che delineava a chiare lettere l’ingresso dell’Ucraina nel circuito Nato.

Ciò avveniva nel novembre scorso. Subito dopo questa iniziativa, la Russia ha iniziato a chiedere garanzie riguardo la propria sicurezza e lo status dell’Ucraina, ricevendo risposte aleatorie.

Tale minaccia percepita dalla Russia ha innescato l’attuale conflitto, non una mira espansionistica della stessa, spiega Mearsheimer. Non si tratta di giustificare l’ingiustificabile, ma di capire quel che è accaduto, perché, come ammonisce il politologo, “se non comprendiamo la sua causa profonda [della guerra, ndr], non saremo in grado di porvi fine, prima che l’Ucraina venga distrutta e la Nato entri in una guerra con la Russia”.