4 Marzo 2022

Ucraina - Bennett: i leader del mondo devono rilanciare il negoziato

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Il primo ministro israeliano Naftali Bennett ha avvertito che l’Ucraina rischia la “totale distruzione” se i leader mondiali non agiranno rapidamente. “Le cose stanno andando male sul campo in questo momento, ma è importante capire che se i leader mondiali non agiscono rapidamente, può andare molto peggio. Sto parlando di vittime incalcolabili, distruzione totale dell’Ucraina. Milioni di profughi […] È responsabilità dei principali leader del mondo portare le due parti fuori dal campo di battaglia e sul tavolo delle trattative”.

Le osservazioni di Bennet appaiono banali, dato quanto sta avvenendo, ma non lo sono affatto. Infatti, quel che stiamo vedendo è uno scontro irriducibile. Se da una parte la Russia persegue con pervicacia i suoi obiettivi militari, con crescenti devastazioni e vittime civili, la leadership ucraina si è attestata su una posizione di resistenza a oltranza, favorita in ciò dalle cancellerie occidentali che continuano a ripetere il mantra del loro doveroso sostegno politico e militare a Kiev, eludendo però la questione centrale, cioè la necessità di avviare un negoziato tra le parti.

Della prosecuzione della guerra

Se Kiev avesse qualche speranza di vincere questa guerra, la posizione dei Paesi d’Occidente sarebbe non solo doverosa, ma anche ragionevole. Ma i fatti dicono che tale possibilità non esiste. E la prosecuzione di questa guerra dall’esito scontato non farà altro che prolungare inutilmente le sofferenze della popolazione.

Ne scrive in maniera dettagliata Doug Bandow su Responsible Statecraft: “Data la decisione giusta di Washington di  non agire militarmente, la politica occidentale si basa principalmente sulla speranza. Speranza per la vittoria ucraina, che sarebbe benvenuta, ma resta improbabile dato il significativo squilibrio militare”.

“Speranza in un cambio di regime interno, nonostante il controllo di Putin sui servizi di sicurezza, che peraltro sarebbe imprevedibile: chi  prenderebbe il controllo [magari qualcuno ancor più duro ndr.]? E sperare che la punizione economica induca Mosca” a cedere. Ma quest’ultima, spiega Bandow, è “una strategia che ha fallito quasi ovunque sia stata tentata. La speranza non può sostituire la politica”.

“Washington e Bruxelles dovrebbero offrire qualcosa affinché la Russia si fermi prima di distruggere le principali città dell’Ucraina”. Se ad esempio fosse offerta a Putin la neutralità dell’Ucraina, è più che probabile che si fermerebbe, potendo rivendicare una vittoria all’estero e in patria ed evitare il prolungamento del conflitto che sta logorando la potenza del suo Paese.

Ipotesi neutralità?

Il punto è che ad oggi pochi politici in Occidente osano deviare dalla postura della resistenza strenua come approccio unico a questa tragedia, perché rischia di essere bollato come traditore. Ma al fronte non ci vanno i leader politici…

Certo, Zelensky e tanta popolazione ucraina sono determinati a difendere la loro patria allo stremo, ma l’ipotesi avanzata da Bandow non minerebbe tale obiettivo, dal momento che anzi, il ritiro dell’esercito russo gli otterrebbe quel successo che appare più che improbabile che ottengano sul campo di battaglia.

Sul punto, appare istruttivo un passo del Vangelo: “Facciamo un altro caso: se un re va in guerra contro un altro re, che cosa fa prima di tutto? Si mette a calcolare se con diecimila soldati può affrontare il nemico che avanza con ventimila, non vi pare? Se vede che non è possibile, allora manda dei messaggeri incontro al nemico; e mentre il nemico si trova ancora lontano gli fa chiedere quali sono le condizioni per la pace”.

Purtroppo, a quel che si vede, questa guerra è destinata a durare a lungo. Né l’incontro di ieri tra le delegazioni russa e ucraina per stabilire tregue limitate e corridoi umanitari sembra indicare prospettive in tal senso (anche se, ovviamente, tali misure sono benvenute).

Si tratta di un modus operandi già adottato dai russi durante la guerra siriana, utilizzato anche nell’ambito dei combattimenti urbani per limitare, per quanto possibile, caduti tra le proprie fila e vittime civili. Insomma, con tale incontro non si è fatto nessun passo in avanti riguardo una possibile soluzione del conflitto, ma solo sulle modalità della sua prosecuzione.

Si è stabilito che le due delegazioni si incontrino di nuovo e tali incontri, se tutto procede come sembra, scandiranno questa guerra (a meno di imprevisti). Solo l’America e/o l’Europa potrebbero aprire negoziati di più alto livello, come da appello di Bennet, ma ad oggi tutto è fermo a causa delle difficoltà di cui sopra.

L’accordo Russia – Usa

L’unica novità di rilievo, al di là delle cronache belliche, è giunta dal portavoce della Difesa americana John Kirby: “Il Dipartimento della Difesa ha recentemente stabilito una linea di de-conflitto con il Ministero della Difesa russo il 1 marzo allo scopo di prevenire errori di calcolo, incidenti militari ed escalation” (The Hill).

Tale sviluppo sottolinea ancora una volta come l’America e la Nato sembrano procedere con maggiore prudenza rispetto all’Unione europea e ai singoli Paesi aderenti all’Unione, che appaiono molto più ingaggiati.

Il punto è che sia le élite della Nato che degli Stati Uniti conoscono bene le guerre, avendone fatte tante in tempi recenti (e non certo meno cruente dell’attuale) e conoscono perfettamente i rischi connessi.

Sanno cioè che, nonostante un conflitto appaia una mera esibizione di violenza, deve comunque essere approcciato con lucidità, mettendo al bando inutili idealismi (che al massimo possono venir buoni per la propaganda, come nel caso delle guerre umanitarie).

La mancanza di lucidità, infatti, può produrre equivoci ed errori di calcolo che, nel caso specifico, rischiano porre fine all’umanità. Vedremo.

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