1 Marzo 2022

L'Ucraina, o della guerra mondiale fatta a pezzi

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“Stiamo vivendo la Terza guerra mondiale fatta a pezzi”. Questo l’allarme lanciato da Francesco al tempo delle guerre infinite, accolto con indifferenza, dal momento che a cadere sotto le bombe erano Paesi dei quali non importava nulla a nessuno, mentre la routine quotidiana continuava normale nei Paesi che quei bombardamenti appoggiavano o alimentavano.

Ora l’invasione ucraina palesa la realtà di quell’allarme. Il confronto globale, iniziato in Europa con l’intervento nell’ex Jugoslavia, giustificato come intervento umanitario, ma finito in massacri altrettanto orribili, ritorna dov’è iniziato.

Sulle cause di quest’ultima guerra è utile tornare. I russi hanno ritenuto inaccettabile la minaccia esistenziale posta dall’allargamento della Nato a Est, e in particolare in Ucraina, ma hanno parlato anche della necessità di difendere i russi del Donbass oggetto di attacchi continui dopo la fine del conflitto civile.

Quest’ultima motivazione è identica a quella dell’intervento Nato nell’ex Jugoslavia, così da chiudere il circolo di questa guerra mondiale fatta a pezzi. Ma una guerra, per quanto la si vuole motivare, resta ingiustificabile, perché a morire sono innocenti.

Vale per l’Ucraina e vale per lo Yemen, laddove gli ordigni che falciano innocenti – 11mila i bambini uccisi o mutilati secondo l’Onu – sono sauditi, ma forniti, insieme all’intelligence, dagli Usa.

Resta, però, il mistero di quanto avvenuto, dal momento che la mossa di Putin era imprevedibile per un giocatore di scacchi come lui. Possibile, secondo Lucio Caracciolo, anche una motivazione interna.

In fondo, dopo aver iniziato un dialogo con gli Usa, Putin poteva chiudere con un compromesso che, anche fosse stato al ribasso, sarebbe stato un successo per lui, dal momento che l’intesa era già un riconoscimento della Russia come potenza globale. Invece è arrivata la rottura.

Interessante, in tal senso, un’intervista a Dmitri Trenin, prima che tutto ciò accadesse, nella quale il politologo spiegava le due vie della Russia: o perseverare sulla rotta tracciata da Gorbaciov, cioè tentare l’integrazione europea, o rompere con l’Occidente in favore dell’Asia. Opzione quest’ultima, che comportava non più una partita a scacchi con l’Occidente, ma il disastroso rovesciamento della scacchiera.

Probabile che su tale opzione si sia formata una resistenza interna, di un’élite che non voleva tale rottura anche a costo di far fuori lo zar, giunta al parossismo in questi ultimi mesi, quando il viaggio a Pechino di Putin, in occasione delle Olimpiadi, ha impresso una svolta all’opzione asiatica.

Una resistenza che presumibilmente aveva trovato sponde in Europa e oltre-Atlantico, dove diversi ambiti erano interessati a tale sviluppo. D’altronde, a causa della pandemia, Putin da tempo vive in un bunker, che potrebbe aver favorito la camarilla.

Tale conflitto interno, secondo Caracciolo, sarebbe palesato dal video del Consiglio di sicurezza russo, nel quale lo zar ha pubblicamente umiliato alcuni dei suoi collaboratori.

Per uscire dall’isolamento, lo zar sembra si sia appoggiato sull’esercito, così che il nodo gordiano dell’Ucraina è stato affrontato con la spada; scelta sventurata che, oltre all’enorme dolore che sta procurando e procurerà, potrebbe portare alla destituzione dello zar, se il conflitto sarà un insuccesso.

In realtà, la guerra sembrava potesse finire subito, quando l’esercito russo, dopo essere penetrato in Ucraina si era attestato alle porte delle città. Zelensky era stato lasciato solo, come lamentava egli stesso. Tanto che si era detto disponibile a trattare anche della “neutralità” dell’Ucraina, come da richiesta russa. Anche l’offerta dell’America, di scortarlo a Leopoli, indicava la possibile chiusura del conflitto.

Ma poi qualcosa di nuovo è intervenuto. Zelensky ha rifiutato l’offerta Usa e ha chiesto armi. Si può pensare che ciò sia dovuto all’imprevista resistenza ucraina, ma ci sembra più realistico reputare che a far cambiare idea al presidente ucraino sia stata un’inversione di rotta all’interno dell’America e della Nato.

Se prima c’era una sorta di rassegnazione agli eventi, è poi prevalsa l’idea di fare dell’Ucraina un Vietnam russo per eliminare definitivamente dalla scena Putin (Dagospia).

Ipotesi descritta in precedenza dall’ex Segretario di Stato : l’eventuale invasione dell’Ucraina “sarebbe uno scenario che ricorda la sfortunata occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica negli anni ’80”.

Più la guerra dura, più la potenza russa si eroderà: questa almeno la convinzione degli antagonisti di Putin, che però non mettono in conto la determinazione degli aggressori, per i quali si tratta di una questione esistenziale, né che allora Mosca non poteva contare sulla Cina.

Dati i tanti fattori in gioco, uscire da questa macelleria è arduo, mentre le vittime aumentano. Nondimeno occorre cercare vie. L’incontro di ieri tra la delegazione russa e ucraina ha aperto spiragli, ma tutto resta in salita.

C’è la possibilità che il conflitto diventi globale? Sul punto, il Nyt riferisce come Biden, alla notizia che i russi avevano messo in allerta il loro apparato nucleare, abbia evitato di fare altrettanto, dando vita a una spirale pericolosa. Ma il rischio, anche se minimale, non è uguale a zero.

Così, tornando all’inizio del nostro articolo, cioè all’evocazione papale sulla guerra mondiale fatta a pezzi, in un articolo del New York Times: “Quando gli Stati Uniti, nel loro momento di arroganza, entrarono in guerra per rifare il Medio Oriente nel 2003, Vladimir Putin criticava l’ambizione americana, difendeva le istituzioni internazionali, il multilateralismo e la sovranità nazionale”.

“[…] gli eventi gli hanno dato ragione, perché i nostri fallimenti in Iraq e poi in Afghanistan hanno dimostrato le sfide della conquista, i pericoli dell’occupazione, le leggi delle conseguenze non intenzionali della guerra. E la Russia di Putin, che ha beneficiato immensamente delle nostre follie”, si è ricostituita. Ora Putin ha fatto esattamente la stessa follia e lo stesso errore, dando vita a una guerra preventiva, chiosa il Nyt. Al di là delle limitazioni di tale analisi, l’idea di fondo resta.

Abbiamo iniziato con la profezia papale, chiudiamo con quella di Kissinger del 2014: “Troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina si unisce all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro” (l’articolo, molto intelligente, si può leggere integralmente su Dagospia).

Intelligente, su tale conflitto, quanto sostiene il politologo Ian Bremmer: “Stavolta Putin ha sbagliato i calcoli, ma non può tornare indietro e allora alza la posta. Come se ne esce? Come a Cuba, concedendo qualcosa che gli consenta di fare un passo indietro senza perdere la faccia”.

Per capire quanto sia importante tale asserzione, occorre tener presente due elementi che a vari analisti sembrano sfuggire. Primo: questa non è una guerra ucraina. È già una guerra mondiale. E va fermata a tutti i costi prima che prenda pieghe impreviste. Secondo: anche nell’ovvia avversione per il nemico, occorre ricordare che la pace si fa con i nemici, attraverso compromessi.

P.S. sulla centrale nucleare di Chernobyl stanno vigilando insieme militari russi e  ucraini. Segno che si può collaborare e si possono trovare intese anche fra nemici.