26 Gennaio 2022

L'offensiva diplomatica Usa e le Olimpiadi di Pechino

John Kirby

Biden invia i marines in Ucraina e minaccia di incenerire la Russia se attacca, un attacco peraltro che potrebbe avvenire nei prossimi giorni. Così i media mainstream.

In realtà, com’è costretto a riferire anche il New York Times, le autorità ucraine gettano acqua sul fuoco, spiegando che tale attacco imminente non esiste; una notizia riportata con una correzione “necessitata” da parte del media Usa, secondo il quale gli ucraini, dopo anni di malversazioni russe, hanno ormai reazioni alterate al pericolo (che così, come la temperatura, avrebbe una scala reale e una percepita…).

Attacchi immaginari e fantomatici fanti

Ma a smentire l’imminente attacco russo, ci ha pensato il portavoce del Pentagono John Kirby, che nel brefing del 24 gennaio ha detto: “Siamo consapevoli di cose che i russi potrebbero fare e che potrebbero darci indicazioni di una sorta di attacco imminente. Non ci siamo ancora”, ma continuano a osservare… 

Quanto all’invio di decine di migliaia di fanti americani in Ucraina, dato ormai per fatto, Kirby ha ribadito più volte che è stato semplicemente chiesto a 8.500 soldati di stare in allerta.

“La forza di risposta rapida non è stata attivata […]. Ancora una volta – ha insistito – a queste truppe non è stata assegnata nessuna missione, né è stato dato loro alcun ordine di schierarsi. Il Segretario di Stato ha ordinato loro di tenersi pronti a partire con una tempistica molto più breve di quella prevista dallo status  precedente”.

“[…] Penso che sia davvero importante continuare a ricordarlo. Non è stato dato alcun ordine di schierarsi, non sono state assegnate missioni”.

Ovviamente, tali truppe, nel caso, non si schiererebbero in Ucraina, dal momento che, come ha aggiunto Kirby, come “Stati Uniti prendiamo sul serio il nostro impegno nei confronti della NATO e l’impegno dell’articolo 5 all’interno della NATO”.

Citando la clausola che obbliga i Paesi membri a difendersi a vicenda, esclude un aiuto diretto all’Ucraina, che alla NATO non è associata (un modo anche per dire a Kiev di non fare sciocchezze in stile Georgia, che del caso rimarrebbe sola contro i russi).

American symphony e assoli europei

Al di là delle leggerezze mediatiche, resta che in questi giorni gli Stati Uniti dovrebbero consegnare una risposta scritta alle proposte avanzate dai russi in analoga forma, riguardanti un possibile accordo globale.

Nessuna intesa a breve, ma qualcosa di quanto potrebbe avvenire in futuro (condizionale è d’obbligo) si può intuire da quanto hanno detto ieri il capo della NATO Jens Stoltenberg e il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price.

Così Price in conferenza stampa: “Siamo stati molto chiari sulle aree in cui il dialogo potrebbe essere di una qualche utilità e sulle quali è possibile realizzare progressi per rafforzare la sicurezza transatlantica, la sicurezza collettiva e affrontare alcune delle preoccupazioni avanzate dalla Russia”.

Tali aree, continua Price, sono state delineate nel corso dei recenti colloqui Usa – Russia, “ma poi ci sono state anche discussioni più tattiche, riguardanti il posizionamento dei missili, i passi reciproci rispetto alle esercitazioni [di entrambi i Paesi], sulle misure tese a rafforzare la fiducia reciproca, sulla trasparenza, riguardo un più largo controllo degli armamenti”.

Così Stoltenberg alla CNN: nella nostra risposta scritta “indicheremo che siamo pronti a sederci [al tavolo dei negoziati] … e a discutere del controllo degli armamenti, del disarmo, della trasparenza riguardo le attività militari, dei meccanismi di riduzione del rischio e di altre questioni rilevanti per la sicurezza europea. E anche per ascoltare le preoccupazioni russe”.

Insomma, ieri c’è stata una sorta di offensiva verbale da parte dell’amministrazione Usa e della NATO, nella quale, oltre ovviamente a minacciare sfracelli se la Russia attacca, si è delineato un percorso di de-escalation ed è stato confermato che l’Occidente risponderà per scritto alle proposte russe.

Per inciso, dopo Macron, anche Boris Johnson ieri detto di esser disposto a parlare con Putin, affermando “Credo che tutte le paure della Russia possono ancora essere dissipate e potremmo trovare un percorso verso la sicurezza reciproca attraverso una diplomazia paziente e che garantisca i principi”. Slanci europei tardivi, oltre che deboli, come quello dell’indebolito Johnson, ma meglio tardi che mai.

Di divergenze sanabili e Olimpiadi

L’unica proposta russa rigettata a priori dall’Occidente resta la non adesione dell’Ucraina nella Nato. Ma è scoglio che si può superare, sempre che Washington non armi Kiev tanto da diventare una seria minaccia per la Russia, cosa che Mosca non potrà mai accettare.

Così si va avanti nel processo avviato dai recenti vertici che hanno visto protagonisti Biden e Putin, anche se certo non mancano rischi di incidenti di percorso. Tali rischi aumenteranno dal 4 febbraio, data di inizio delle Olimpiadi invernali di Pechino, in poi.

Putin ha detto che nell’occasione si recherà a Pechino e l’immagine dei leader delle due potenze che insieme presiedono l’evento diventerà l’icona della scelta definitiva di Mosca in favore della Cina.

Uno sviluppo che Washington ha tentato in tutti i modi di evitare (e forse la tempistica delle tensioni ucraine nascono da tale scadenza); facendo però, allo stesso tempo di tutto perché avvenisse, contrastando in modo aggressivo i due Paesi. Tale la schizofrenia della politica estera Usa consegnata ai neocon.

L’eventualità che in quei giorni accada qualcosa in Ucraina che offuschi o macchi l’immagine dei due leader è alta (1), dal momento che la follia di cui sopra non conosce limiti, neanche quelli imposti dai rischi di una guerra atomica. Vedremo.

(1) Un incidente potrebbe accadere anche altrove, ma le attuali tensioni fanno dell’Ucraina un ambito in cui è molto facile rimestare nel torbido.