25 Gennaio 2022

Il nucleare iraniano e la macelleria yemenita

Gli Stati Uniti si dicono disposti a un dialogo diretto sulla questione del nucleare di Teheran (JCPOA), sviluppo che potrebbe favorire un progresso dei negoziati in corso a Vienna.

“Siamo pronti a incontrarci direttamente”, con i delegati iraniani, ha infatti affermato un portavoce del Dipartimento di Stato, aggiungendo: “Abbiamo a lungo sostenuto che sarebbe più produttivo un dialogo diretto con l’Iran, sia sui negoziati JCPOA che su altre questioni” (Timesofisrael).

L’arduo dialogo Usa – Iran

La risposta di Teheran è, al momento, interlocutoria. Infatti, l’Agenzia Tansim riporta un tweet di Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, che spiega: “Il contatto con la delegazione americana a Vienna è avvenuto attraverso scambi scritti informali e finora non c’era bisogno, né sarà necessario, procedere con altre modalità di contatti”.

“Questo metodo di comunicazione può essere sostituito da altri metodi solo quando sarà disponibile un buon accordo”.

Una risposta che ricalca quella del ministro degli Esteri Amir-Abdollahian. che però ha una sfumatura meno netta sulle possibilità future. Infatti, negando al momento tale possibilità, ha aggiunto: “Tuttavia, se arriviamo a una fase in cui il raggiungimento di un buon accordo con forti garanzie richiede colloqui diretti con gli Stati Uniti, lo prenderemo in considerazione” (Reuters).

Al momento, i negoziati di Vienna si stanno svolgendo su tavoli separati: l’Iran sta trattando con i Paesi che hanno conservato l’intesa siglata da Obama – dalla quale si è disimpegnata l’amministrazione Trump – che fanno da tramite con Washington.

Il punto che al momento Teheran non vuole trattare con la nazione che non solo, dal loro punto di vista, ha tradito i patti, ma sta anche massacrando la sua popolazione con sanzioni pesantissime.

Resta, però, che per la prima volta è emersa pubblicamente la disponibilità di Washington a una interlocuzione più serrata, determinazione precedentemente celata per paura dei falchi anti-Teheran.

Macelleria yemenita

Vedremo. Intanto sul dialogo di Vienna cadono bombe e sono quelle che stanno martoriando lo Yemen. La coalizione a guida saudita, sostenuta dagli Stati Uniti, sta lanciando ogni giorno raid aerei sul Paese vicino.

Dicono che stanno colpendo obiettivi militari dei ribelli houti, ma le cronache raccontano che sotto le bombe che hanno devastato una prigione 4 giorni fa sono morte almeno cento persone (Bloomberg).

Un bombardamento che ha fatto seguito ai raid dimostrativi dei ribelli, che hanno lanciato razzi sia negli Emirati che in Arabia Saudita, nel tentativo di imporre, con la minaccia di colpirli in profondità, uno stop ai raid.

Ma Riad e Abu Dhabi non solo non si fermano, ma gli Emirati hanno anche chiesto agli Stati Uniti di inserire di nuovo gli houti nella lista nera del terrorismo, decisione già presa da Trump e revocata da Biden.

C’è una macelleria in Yemen che non interessa ai media d’Occidente perché a bombardare sono Paesi sostenuti da Washington. In genere non pubblichiamo foto scioccanti, ma nel caso specifico, dato il silenzio criminale dei media, invitiamo chi vuol rendersi conto con i propri occhi dell’orrore di cui scriviamo può cliccare qui e qui.

Le vittime sono terroristi?

In una nota su Responsible Statecraft, Daniel Larison spiega perfettamente i torti degli aggressori emiratini e sauditi in questa guerra che sta destabilizzando la regione, mettendo a rischio il processo di distensione in atto tra l’Iran, che sostiene gli houti, e i suoi rivali regionali.

E quelli dell’attuale amministrazione Usa, che aveva dichiarato solennemente che questa guerra doveva finire e invece continua a vendere armi agli aggressori.

In più sta valutando la richiesta di Abu Dhabi – avanzata dopo aver subito l’attacco degli houti – di reinserire i ribelli yemeniti nella lista del terrorismo internazionale. Ciò, scrive Larison, metterebbe maggiormente a rischio la popolazione yemenita, che per lo più vive nelle regioni controllate dagli houti e quindi si vedrebbe chiuso l’accesso agli aiuti internazionali, ad oggi l’unico mezzo di sussistenza disponibile.

Conclude Larison: “Sarebbe spaventoso per l’amministrazione Biden ripristinare una decisione così feroce dell’era Trump su richiesta di uno dei governi che ha la maggiore responsabilità per il disastro umanitario dello Yemen”.

“Quando i clienti statunitensi sono attaccati, l’istinto a Washington è quello di dare il proprio supporto a tali clienti e raddoppiare il sostegno degli Stati Uniti in loro favore, ma in questo caso è proprio la cosa sbagliata da fare”.

“I sauditi e gli Emirati hanno creato questi attacchi contro i loro Paesi attraverso il loro intervento aggressivo in Yemen e la cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare per la loro sicurezza e per la stabilità della regione è smettere di fornire loro i mezzi per continuare la loro campagna”.

“Qualunque altra cosa faccia l’amministrazione Biden, non deve cedere alle pressioni degli Emirati Arabi Uniti sulla designazione, perché se lo faranno saranno responsabili di mettere a rischio milioni di vite innocenti”.

Manifestazioni non colorate

Per inciso, prima di attaccare direttamente il territorio saudita ed emiratino, la popolazione yemenita aveva provato ad attirare l’attenzione del mondo sul loro dramma con una manifestazione popolare, invero impressionante per partecipazione, le cui immagini si possono vedere qui.

Ma, nel caso specifico, non si trattava di una rivoluzione colorata le cui manifestazioni di piazza sono rilanciate da tutti i media. Così queste immagini non le ha riprese nessuno. Tale la dinamica del mondo.

Chiudiamo tornando all’incipit del nostra articolo e riportando un titolo di Haaretz: “Un’escalation della guerra nello Yemen potrebbe far collassare i colloqui sul nucleare dell’Iran”. Già, e chissà che non sia questa la vera ragione del nuovo accanimento: provocare un attacco houti in territorio saudita o emiratino in modo da rendere nuovamente il loro sponsor iraniano un paria internazionale.

A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.