11 Gennaio 2022

Draghi, Amato e l'irto Colle

La battaglia del Quirinale sembrava dovesse finire ieri, con il ritiro di Draghi che avrebbe spianato la strada al suo antico mentore, che oggi scalpita per occupare la poltrona che ritiene gli spetti di diritto, avendo per anni lavorato solo per questo.

Per capire cosa sta accadendo nel nostro Paese, infatti, è inutile leggere i media italiani, ormai preda di un’estenuata insignificanza, ma occorre ricorrere a Dagospia, sito di cronaca e gossip un tempo corsaro e oggi strumento per lo più dello Stato profondo italiano, con rare emersioni dell’antica libertà che gli ha attirato l’attenzione di tutte le persone che contano, o meglio credono di contare qualcosa (giornalisti, politici, imprenditori e uomini della finanza).

Così il lancio di ieri, in cui annunciava la conferenza stampa di Draghi, sembrava chiudere la partita del Colle in maniera definitiva: “Come Dago-anticipato, insistenti voci dai palazzi sostengono che oggi Mario Draghi dirà che non è candidato al Quirinale – Il Corazziere tweet: ‘Ribadirà la centralità del Parlamento e l’impossibilità di sottrarsi qualora dovesse essere indicato'”.

Dagospia, infatti, dopo aver fatto una campagna martellante per Draghi al tempo del governo Conte, macellandone gli esponenti con metodo e ferocia ed esultando con gioia isterica al momento del suo insediamento a Palazzo Chigi, sta dedicando altrettanta virulenta insistenza a sbarrare la via del Colle al banchiere prestato alla politica.

Così è la politica e le sue alterne fortune, come Draghi sta iniziando a imparare, dovendosi sorbire ormai a ritmo continuo gli strali degli stessi che lo hanno esaltato al parossismo.

Non lo vogliono al Quirinale per un motivo che apparirà strano, ma strano non è: è troppo atlantista, come lui stesso ha ribadito più volte, ligio soldatino dell’impero.

E in un momento in cui l’Impero è retto da Joe Biden essere troppo atlantisti può risultare un difetto per certi ambiti, dal momento che l’imperatore sta perseguendo la stessa politica estera di Trump, come si sono accorti tanti in America e pochi in Italia  (vedi ad esempio l’articolo di Foreign Policy dal titolo: “Quando la Casa Bianca è passata di mano, ha cambiato tono ma non le politiche”; oppure il New York Times nell’articolo dal titolo: “Nella politica estera di Biden, amici e nemici notano echi di Trump”).

I neocon, acerrimi antagonisti della politica estera di Trump come oggi di quella di Biden, sono in ritirata in patria, almeno per ora, ma non demordono e cercano in tutti i modi di riprendere il controllo dell’Impero, sabotando la politica estera del presidente e sostenendo i propri pupilli negli Stati clienti, come in America sono definite le colonie dell’impero, tra le quali ormai si annovera la derelitta Italia.

A tali ambiti non piace più Draghi, il quale da ligio atlantista ha corroborato le scelte dell’amministrazione Usa, sia sul ritiro dall’Afghanistan che su altro, e hanno individuato un candidato alternativo per il Colle, più prossimo ai loro desiderata, cioè Giuliano Amato, che ha le carte in regola per l’ascesa al Colle essendo navigatore esperto e uomo di sistema, oltre che mentore di Draghi.

Così, Dagospia, poco dopo il lancio in cui annunciava che Draghi avrebbe gettato la spugna, rilanciava con enfasi la candidatura Amato: “‘Stiamo scherzando col fuoco, si rischia un salto nel buio’ – Gennaro Acquaviva, 86 anni, consigliere politico di Bettino Craxi: ‘Draghi deve continuare nel suo ruolo, per il bene del Paese. Serve un soggetto autorevole, che superi la confusione dei partiti e spinga a trovare un accordo, vista la mancanza di un partito che faccia da collante, come un tempo la Dc – Il nuovo Capo dello Stato? Un uomo esperto e competente, se vuole protagonista della prima Repubblica’ (Leggi Amato)”.

Ma Draghi in conferenza stampa non si è fatto da parte come speravano. Evidentemente conta sul sostegno di una parte del Parlamento, ma soprattutto di quello dell’amministrazione Biden, che temono un neocon a Capo di Stato dell’Italia (Paese che conta nulla, ma può anche giocare brutti scherzi, se manovrato bene).

Sempre Dagospia, alcuni giorni fa, spiegava appunto tale preferenza dell’Impero centrale: “Gli Stati Uniti non vedrebbero male Mariopio al Quirinale: è giudicato funzionale alla politica estera americana”.

Questo lo scontro stellare che sta animando la battaglia del Colle. Se tale duello all’ultimo sangue produrrà uno stallo si possono aprire le strade per altri competitor (i nomi che fanno i giornali e altri) o alla conferma di Mattarella. Ma occorre tener presente che il gioco è duro, e quando il gioco si fa duro i duri tornano a giocare, relegando gli apparenti protagonisti al ruolo di meri figuranti.

L’irto Colle da sempre conosce battaglie crudeli, a volte sbloccate da varianti imponderabili, come avvenne per l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, che fu necessitata dalla strage di Capaci (così l’Ansa), in cui morirono Falcone, la moglie e la sua scorta, incenerendo le possibilità di Giulio Andreotti, fino a quel momento sicuro vincitore della corsa.  Vedremo.