28 Dicembre 2021

Usa: i crimini della Guerra Fredda mettono a rischio il futuro

“Putin ha descritto la fine dell’Unione Sovietica come una tragedia. Tuttavia, si può anche dire che la vera tragedia causata dalla fine della Guerra Fredda fu quella toccata in sorte all’apparente vincitore, gli Stati Uniti”. Inizia così una sorprendente analisi di Anatol Lieven su Responsible Statecraft riguardo quanto avvenuto nel mondo dopo l’89 e sulle sue preoccupanti prospettive future derivanti dal conflitto intrapreso con la Cina.

Il punto, secondo Lieven, è che la vittoria sullo storico antagonista sovietico ha prodotto nel trionfatore una sindrome da Hubys, cioè una “prepotente arroganza, un crimine che è inevitabilmente punito da Nemesis”, qualcosa che nella Bibbia è riassunto in questo modo: “L’orgoglio precede la distruzione; e uno spirito superbo precede la caduta”. (Proverbi, 16:18).

Così Lieven descrive quanto si è consumato nel corso della lunga lotta tra le due grandi potenze nel corso della Guerra Fredda: “Mentre il capitalismo ha commesso molti crimini e generato molti demoni, il comunismo ne ha commessi molti altri e, dagli anni ’70, si è dimostrato che non aveva alcuna speranza”, dal momento che gli era impossibile “elevare il tenore di vita dei popoli” che governava.

Qualcosa di diverso è invece avvenuto nell’attuale antagonista degli Stati Uniti, infatti, “il partito comunista cinese successivamente ha registrato un grande successo” dal punto di vista economico, sia per ricchezza nazionale che diffusa tra la popolazione.  E questo perché “la sua strategia economica è un capitalismo guidato dallo Stato, che nulla ha in comune con la visione di Marx, Lenin o persino di Stalin”.

Ma tornando al passato, Lieven annota, che, nella Guerra Fredda, i crimini commessi dai due antagonisti non sono equiparabili e che, in effetti, il capitalismo democratico guidato dagli americani ha mietuto meno vittime di quelle “sacrificate al comunismo”.

L’adozione della Dottrina neocon negli Usa

Ma la vittoria sul rivale, prosegue l’analista di RS, “in America ha generato l’atmosfera che ha prodotto la frase – che con mio orrore ho sentito ripetere pedissequamente sia da analisti democratici che e repubblicani , che recita così: ‘Oggi l’America è così potente che può ottenere tutto ciò che vuole nel mondo, se solo lo vuole’.

“Tale stato d’animo ha prodotto la cosiddetta ‘Dottrina Wolfowitz’ [uno dei tanti alfieri neoconservatori ndr.] riassunta nella nota di orientamento per la pianificazione della Difesa del 1992, che sosteneva di fatto l’estensione all’intero pianeta del corollario di Theodore Roosevelt alla Dottrina Monroe, la quale affermava che gli Stati Uniti avevano il diritto non solo di escludere le potenze straniere dall’America centrale, ma di intervenire con la forza per creare governi migliori” (dottrina che, appunto, Wolfowitz ha esteso all’intero pianeta).

“Derisa a suo tempo per la sua pericolosa megalomania, questa dottrina divenne a tutti gli effetti la procedura operativa standard sia dell’amministrazione Clinton che di quella Bush, e anche in misura minore di quella di Barack Obama. Contribuì a produrre una serie di azioni che sarebbero state inconcepibili quando l’America era ancora sfidata dalla superpotenza sovietica”.

Da qui una serie di iniziativa destabilizzanti che Lieven sintetizza così: “L’espansione della NATO in Paesi che non hanno mai avuto il minimo interesse per l’America e che il potere americano non potrà mai difendere; il tentativo di ridurre la Russia al rango di uno stato cliente dell’America [già, anche l’Italia è un mero cliente… ndr]; l’invasione dell’Iraq e la distruzione dello Stato iracheno; il tentativo di fare dell’Afghanistan una moderna democrazia liberale; l’allegra fiducia che la crescente ricchezza cinese avrebbe trasformato la Cina in una democrazia filoamericana, seguita dalla delusione isterica, dalla paura e dall’odio quando tale speranza si è rivelata illusoria”.

La legittimazione del passato, pone rischi sul futuro

Lieven, e altri con lui, sperava che la vittoria sull’Urss  “avrebbe prodotto una riflessione e una correzione sia in America che in tutto Occidente riguardo i crimini commessi [negli anni della Guerra Fredda ndr] e le bugie che sono state raccontate; come anche dell’eccessivo militarismo, dell’odio e della paranoia che avevano minato la democrazia in patria, così come in tanti paesi del mondo, i cui popoli avevano sofferto  in nome della protezione dall’influenza o dal dominio comunista” (un esempio banale è il Sud America, con le sue dittature sanguinarie).

Non solo ciò non è avvenuto, ma l’euforia della vittoria ha fatto derubricare tutta quella sofferenza a incidente di percorso, un danno collaterale inevitabile quanto legittimo. Anzi ha fatto dimenticare tutto ciò e si è creato il convincimento sintetizzato in una frase di un diplomatico riferita dall’articolo: “Tutte le guerre combattute dall’America sono state fatte per diffondere la democrazia e la libertà”.

Così conclude Lieven “Il fallimento da parte delle istituzioni statunitensi, e occidentali in genere, nell’analizzare e disapprovare gli effetti profondamente deformanti e corruttori della Guerra Fredda sullo Stato, sulla politica e sulla cultura dell’America ha come conseguenza che nella ‘nuova guerra fredda’ ingaggiata con la Cina essa rischia di commettere di nuovo gli stessi errori e gli stessi crimini; ma ciò si produrrà in un periodo molto più lungo e si rivelerà ancora più dannoso. Perché l’URSS, sia come ultimo impero multinazionale dell’Europa che come stato fondato su un’ideologia economica folle, era destinato a morire”.

“La Cina, con la sua storia millenaria, il successo economico e il potente nazionalismo, è una questione del tutto diversa; e cosa resterà della democrazia americana dopo anni segnati da questa lotta è una domanda che dovrebbe preoccupare chiunque abbia un po’ di senso della storia”.