22 Dicembre 2021

Joe & Donald: il fugace, significativo, elogio reciproco

Un raro scambio di cortesie tra Biden e Trump raffredda per qualche ora il clima incendiario che si respira negli Stati Uniti, che vede una contrapposizione frontale, quasi armata, tra i sostenitori della nuova amministrazione e della precedente.

Dopo la caduta di Trump, infatti, i media mainstream hanno continuato a martellare sul vecchio presidente, inseguito da scandali e inchieste giudiziarie, ultime delle quali quella sull’assalto a Capitol Hill da parte di una Commissione d’inchiesta del Congresso e quella su una presunta elusione fiscale da parte dell’ex presidente.

Finora Trump ha retto botta, rintuzzando tutti gli attacchi, anche i più malevoli, e anzi appare più forte di prima, avendo ormai in mano il partito repubblicano, dal quale ha praticamente emarginato i neocon, che gli hanno sempre fatto la guerra e che ormai vanno apertamente a braccetto con i suoi antagonisti democratici.

I dolori del vecchio Joe

Anche Biden non se la passa benissimo, ché dopo una breve luna di miele con l’establishment, che lo ha intronizzato, non riesce a portare a compimento quanto si era prefissato, anzitutto la chiusura delle guerre infinite, il filo rosso segreto che lo unisce al suo predecessore.

E anzi, si è incagliato nella trattativa sul nucleare iraniano, un’intesa che avrebbe voluto ripristinare per evitare che quella nefasta stagione si riaccenda, dal momento che la guerra contro l’Iran è una parte cruciale dell’agenda delle guerre infinite, anzi alcune di queste erano solo prodromiche allo scontro frontale tra Occidente e Teheran (guerra in Iraq e regime-change in Siria, in particolare).

Proprio la prosecuzione della direttrice intrapresa, invano, da Trump, ha messo Biden in urto con gli stessi ambiti che hanno tormentato il suo predecessore, come si è visto col ritiro dall’Afghanistan, che il vecchio Joe ha pagato caro.

Non solo la politica estera, Biden deve affrontare anche la fronda dell’ala liberal del suo partito sulla politica interna, che tramite il senatore Munchin gli ha affondato il suo piano di rilancio del Paese, il Build Back Better Act, considerato troppo poco liberal e troppo “sociale”.

Forse proprio questa difficoltà spiega il raro elogio di Biden al suo predecessore, che suona un po’ come se gli chiedesse un qualche aiuto in questo momento critico, anche se, ovviamente, tutto si è dipanato nell’implicito, come accade in tali circostanze.

Vaccini e affini

Così, come annota il New York Post, Biden ha elogiato Trump perché ha dato i vaccini agli americani, con Trump che ha risposto prontamente,, dicendosi “molto riconoscente” e “sorpreso” del riconoscimento del suo successore (che, ovviamente e opportunamente, ha aggiunto che comunque ci sono distanze enormi tra i due).

Un feeling che è proseguito sulla scia della vaccinazione, con Biden che ha anche elogiato il fatto che Trump si stia spendendo per la campagna vaccinale e abbia fatto anche il richiamo, cosa che il Tycoon prestato alla politica ha annunciato a un raduno di suoi sostenitori, suscitando mugugni e fischi.

D’altronde i suoi supporter sono per lo più avversi sia all’establishment che alla campagna vaccinale, temi sui quali in America c’è una guerra feroce come in nessun’altra parte del mondo (d’altronde, nell’Impero, dove più duro è l’imperio più forti sono le intemperanze: il destino della campagna pandemica si sta giocando qui e non altrove).

Trump non può né vuole cavalcare l’onda dei suoi sostenitori, mettendosi in opposizione frontale a certo potere, ma può modulare l’opposizione alla campagna vaccinale dichiarando che essa non deve basarsi su obblighi e mandati, ma sulla “fiducia” nei vaccini e sul “tono” della campagna stessa.

Né potrebbe fare niente, anche se volesse, per convincere i suoi sostenitori a vaccinarsi e a non guardare con sospetto le decisioni delle autorità politico-sanitarie americane. Non convincerebbe nessuno.

L’onda anomala chiamata omicron

Ma al di là delle strane dinamiche del popolo repubblicano, una plebe che ha in Trump il suo indiscutibile tribuno anche quando da esso dissente, resta questo inusuale scambio di convenevoli tra i due presidenti, che la dice lunga sulla politica dell’Impero, dove i due imperatori, in modi e forme diverse, condividono una direttrice primaria che è molto più forte delle loro diversità: ripristinare il ruolo della Politica, togliendo potere all’apparato militar industriale e alla Tecno-Bio – Finanza.

L’Impero è sconvolto come forse non mai, da crisi interne e internazionali (queste ultime più causate che subite) e deve affrontare le prossime criticità, anzitutto la crisi economica, che sembra irrevocabile, e la nuova criticità pandemica chiamata omicron.

Certo, quest’ultima criticità potrebbe non essere così grave come allarmano i profeti di sventura. A questo proposito si può registrare quanto annota il Washington Post di oggi, che titola “”L’enorme ondata dell’omicron che ha investito l’Africa meridionale sembra diminuire con la stessa velocità con cui è cresciuta”. E che sintetizza in prima pagina:In meno di un mese, l’epidemia del paese è passata da un’ascesa quasi verticale a una caduta quasi verticale”.

Ma è inutile farsi illusioni. Nella crisi pandemica che ha investito il mondo da due anni è ormai chiaro che il virtuale (narrazioni e altro) e il reale sono inestricabili. E in questo intreccio confuso e ottundente è arduo fare previsioni.