5 Novembre 2021

Il Capo di Stato maggiore Usa: il mondo ormai ha tre poli

“Stiamo entrando in un mondo tripolare, i cui poli sono Stati Uniti, Russia e Cina”, ha dichiarato il generale Mark Milley, a capo dello stato maggiore congiunto degli USA, che ha aggiunto: “Stiamo entrando in un mondo che è potenzialmente strategicamente più instabile rispetto agli ultimi 40, 50, 60 o 70 anni”.  In questo modo il generale relega a un capitolo di storia del passato il mondo unipolare.

La prospettiva che l’America si ergesse come unico dominus del mondo, che si è realizzata nell’89, dopo la caduta del Muro di Berlino, e ha avuto il suo momento simbolico nella prima guerra irachena dell’anno successivo, con tutti i Paesi del mondo uniti sotto la guida americana contro Saddam, è stata ufficialmente archiviata dall’esercito degli Stati Uniti.

Dal “caos costruttivo” alla “competizione fra potenze”

Certo, i neocon, che si sono impadroniti di tale prospettiva nel post 11 settembre, innervandola della loro vis rivoluzionaria (un riassetto del pianeta attraverso il caos costruttivo), non ammaineranno la loro bandiera.

Ma il Pentagono, che i neocon avevano aggiogato alla loro prospettiva, ha ufficialmente preso le distanze da tale follia, imboccando una via più realistica e, soprattutto, riconoscendo l’esistenza di tre poli.

Ciò non vuol dire che certe pulsioni belliciste siano ormai relegate al passato, ma è cambiata appunto la prospettiva. Abbandonando la via del caos costruttivo su scala globale, si è entrati in una fase di competizione tra potenze, che è un po’ un ritorno al passato, ma anche no.

Infatti, anche nella Guerra Fredda c’era una sorta di competizione tra le due superpotenze globali, ma molto diversa.

Così Emanuele Severino, sul Corriere della Sera del 14 maggio 2015 (quando ancora esistano giornali in Italia), descriveva quella fase: «Non si è percepito con sufficiente chiarezza che durante il periodo della guerra fredda, la tensione Usa-Urss, ossia il diumvirato costituito dalle due superpotenze, ha dato vita appunto alla prima forma reale di “Super-Stato” planetario, provvisto della forza per mantenere l’ordine e quindi la “pace” mondiale […]; al di là del loro irrimediabile contrasto ideologico, le due superpotenze hanno avuto un fondamentale scopo comune, cioè hanno dato vita a quella “risultante delle forze”, a quella concordia discors [concordia discordante ndr.] che costituisce l’anima dello Stato»..

Molto prima di Severino, Augusto del Noce, altro grande pensatore italiano (quando ancora ce n’erano nel Belpaese), spiegava che Yalta aveva creato un mostro a due teste, con queste ultime che ringhiavano e si abbaiavano a vicenda, ma impossibilitate a uccidersi a causa dell’unico corpo.

Adesso non è così, come afferma anche Milley, il quale giustamente afferma che il mondo è più a rischio di allora.

Il problema è che non c’è un unico mostro globale a due teste, ma tre entità distinte, che hanno propri interessi specifici in competizione tra loro. Né, peraltro, sono state tracciate linee rosse invalicabili tra i tre contendenti, come accadde a Yalta. Una divisione resa ancora più ardua dall’ambito in cui si svolge la competizione attuale, che non riguarda, come allora, solo l’influenza su parte del pianeta.

Infatti, a questa contesa geostrategica, si aggiunge quella nello spazio, virtuale e fisico, che avrà sempre più importanza, e le complicazioni date dalla globalizzazione, nella quale la finanza e il commercio s’intrecciano in reti inestricabili quanto impalpabili.

Non è più tempo di linee rosse

Tutti fattori che rendono difficile marcare linee rosse e pongono la competizione a rischio di scontri diretti tra i contendenti, cosa che al tempo della Guerra Fredda non avveniva. Da cui la necessità di una rete di rapporti sottotraccia tra i tre competitor che scongiuri catastrofi al mondo.

Russia e Cina tale necessità era chiara da tempo, dato che Mosca e Pechino sanno che non possono sostenere uno scontro con gli Stati Uniti, meno chiaro era a Washington a causa della pervicace persistenza della prospettiva unipolare.

Accantonata tale prospettiva, gli Usa hanno iniziato a prendere coscienza che la rescissione totale dei rapporti con Mosca e Pechino, prodotta in questi ultimi anni, è insostenibile.

Così, nel suo discorso Milley “si è detto favorevole a una maggiore comunicazione con l’esercito e il governo cinesi” e l’amministrazione Usa ha ripreso a dialogare con Mosca.

Colloqui bilaterali tra tessitori silenziosi

Sotto quest’ultimo profilo, avevamo dato conto dell’importanza della recente visita di Viktoria Nuland, sottosegretario per gli affari politici presso il Dipartimento di Stato, a Mosca.

A tale visita ha fatto seguito quella del capo della Cia William Burns, che ha incontrato, sempre a Mosca, il capo dell’intelligence russo e Nikolai Patrushev,  segretario del Consiglio di sicurezza del Cremlino, una figura che l’Associated Press descrive così “da tempo è uno stretto collaboratore di Putin ed è considerato uno degli uomini più influenti della Russia”. Considerazione alla quale si può aggiungere che Burns è uno dei funzionari più navigati d’America, essendo in attività da tempo ad altissimo livello.

Sia l’Associated Press che la russa l’Itar Tass hanno dato debito risalto all’incontro, sottolineandone l’esito positivo, anche se nulla è trapelato sul contenuto dei colloqui, durati ben due giorni (altro indizio della loro rilevanza).

Nel segreto, dunque, i tre competitor globali hanno iniziato a tessere reti tese a evitare che la conflittualità deflagri. Dopo Trump, sta prendendo consistenza quel che egli aveva postulato all’inizio del suo mandato e tentato invano di perseguire.

Anche Trump, infatti, aveva immaginato di accantonare la prospettiva unipolare e dare inizio a un nuovo ordine mondiale dato da un’intesa tra America, Cina e Russia.

Ma il suo progetto aveva tre difetti: l’aveva avviato troppo presto; aveva immaginato che si potesse perseguire alla luce del sole, tramite accordi diretti con Putin e Xi; infine, aveva reputato potesse essere esplicitato, mentre a tutto ciò si addice l’implicito.

E, però, e al di là delle differenza, la linea è la stessa. Tanto che Biden ha suscitato le avversioni degli stessi ambiti che hanno abbattuto Trump, più deboli di allora, ma ancora potenti.

Ambiti che ora stanno cercando un candidato alternativo a Biden per le prossime presidenziali, sempre che la salute malferma dello stesso non gli faciliti il compito. Da questo punto di vista, il fatto che nell’ultima settimana due collaboratori di Biden si siano ammalati di Covid suona come un campanello d’allarme.