30 Ottobre 2021

Taiwan vuole conservare lo status quo non l'escalation

Interpellato da uno studente nel corso di un incontro pubblico, Biden ha affermato con nettezza che gli Stati Uniti avrebbero difeso Taiwan, se attaccata dalla Cina. Nulla che non fosse risaputo a Washington o a Pechino, ma esplicitare ciò che era implicito, nel clima infuocato di questi tempi, ha riacceso i motori dello scontro Usa-Cina.

Del fatto che qualcosa non andava in quelle parole, si è accorto subito il cronista della Cnn che moderava l’incontro – magari su suggerimento di qualcuno dello staff di Biden presente -, e che ha subito chiamato una pausa. Più tardi l’entourage del presidente si è affrettata a precisare che la politica americana riguardo Pechino non era cambiata.

Si è riproposto il dilemma di Taiwan, verso la quale Washington da tempo segue la politica della cosiddetta ambiguità strategica, cioè considerarla uno Stato, “amico” e indipendente “de facto”, senza però esplicitarlo, perché l’indipendenza dell’isola resta una linea rossa di Pechino, per la quale l’isola è parte del suo territorio nazionale.

Proprio tale esplicitazione è da qualche tempo oggetto di controversia negli Stati Uniti, e controversia che attraversa partiti e ambiti culturali, divisi tra quanti vorrebbero compiere tale passo e quanti lo reputano controproducente.

I taiwanesi vogliono lo status quo

Sul punto è più che interessante quanto scrive Natasha Kassam sul New York Times, dal momento che riferisce la posizione di Taiwan, dei suoi politici e dei suoi cittadini, che sembra interessare meno di quanto dovrebbe.

La Kassam spiega come l’ufficio del premier taiwanese abbia accolto con certo imbarazzo le parole di Biden, sottolineando che il percorso dell’isola non procederà in maniera “avventata”.

Il punto è quanto scrive la Kassam, che cioè la “maggior parte” dei cittadini di Taiwan, cioè “l’87% – come da recente sondaggio -“vuole mantenere una qualche forma di status quo”.

“Lo status quo – spiega la Kassam – significa mantenere de facto l’indipendenza, ma evitare ritorsioni da parte della Cina. E cresce la percentuale della gente di Taiwan che vuole mantenere lo status quo a tempo indeterminato. È lo scenario migliore in un mare di opzioni non invidiabili”.

E ancora: “Le risposte di Taipei alle minacce di Pechino sono state ferme, ma l’isola ha messo in guardia contro modifiche unilaterali allo status quo. Il presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha chiesto di ‘conservarlo’ nel suo recente discorso per la festa nazionale, affermando: ‘Faremo del nostro meglio per impedire che lo status quo venga alterato unilateralmente'”.

E però, “lo ‘status quo’ per quanto riguarda Taiwan non è un’idea statica”: a definire ciò che è accettabile o meno per conservarlo sono le interazioni tra Cina, Stati Uniti e Taiwan.

E tale status quo a oggi è questo: “Taiwan può esistere come Stato indipendente, con le proprie elezioni, il suo sistema giudiziario, la sua valuta e il suo esercito. La Cina non rinuncia alla sua pretesa su Taiwan e altri paesi evitano di riconoscere Taiwan come Stato sovrano, perseguendo invece con questa relazioni informali. Gli Stati Uniti vendono armi a Taiwan per autodifesa e non chiariscono se gli Stati Uniti difenderanno Taiwan, se la Cina invaderà. Questo serve a scoraggiare Pechino senza provocarla. E questo per Taiwan funziona”.

Nessuno strappo, nessuna escalation

Continua il Nyt “‘Tsai ha dato il tono’, si legge in un recente editoriale del Taipei Times. ‘Non c’è bisogno che Taiwan dichiari l’indipendenza’. E come la signora Tsai, anche le figure più autorevoli di tutti i partiti di Taiwan chiedono sostegno internazionale, ma esortano alla cautela per evitare l’escalation. Le persone più influenti di Taiwan hanno messo in guardia contro i guerrafondai e il tintinnio di sciabole”.

E, sul punto, rimanda a un interessante articolo pubblicato su Ketagalan Media, che raccoglie tali opinioni, il cui titolo sintetizza tutto: “La diplomazia di Taiwan vuole la deterrenza collettiva, non la guerra“.

Passare dall’ambiguità strategica alla chiarezza strategica susciterebbe allarme in Cina, che potrebbe ritenere che gli Stati Uniti vogliano riconoscere l’indipendenza dell’isola. Ciò potrebbe spingere la Cina a intervenire nell’isola per evitare tale sviluppo.

I leader di Taiwan, invece, sottolineano la “resilienza interna” e, piuttosto che cercare alleanze di “mutuo soccorso”, cercano di ampliare i loro rapporti commerciali e internazionali, “senza superare le linee rosse” della Cina. Le richieste di Taiwan sono cioè “misurate” e “moderate”.

E chiedono agli Stati Uniti e ai suoi clienti di sostenerla in maniera altrettanto misurata, tenendo ferma la deterrenza contro eventuali mosse avventate della Cina, cosa che peraltro Pechino ha ben presente, ma evitando pericolosi strappi.

“Il rischio di errori di calcolo è alto – conclude la Kassam -. In questo momento difficile, la risposta degli Stati Uniti deve essere quella di seguire l’esempio di Taiwan”.

“In caso contrario, il rischio è che alcune nazioni agiscano con avventatezza, spinti dai propri contesti interni, avvicinandosi sempre più a una guerra catastrofica, senza tener presente gli interessi della popolazione di Taiwan, o vedendo Taiwan solo come un problema da risolvere, un punto critico o il luogo più pericoloso della terra e non una democrazia pacifica di 24 milioni di persone”.