27 Ottobre 2021

Covid-19: l'EcoHealth Alliance nel mirino del Washington Post

Peter Daszak

Anche il Washington Post si accorge che qualcosa non torna nella tradizionale narrazione della pandemia. Uno dei più celebri giornali americani avanza, per la prima volta, l’ipotesi che il virus del Covid-19 sia nato a Wuhan, come ripetuto in tutte le salse da due anni, non per caso, ma come frutto di un esperimento di ingegneria genetica.

Ma questa volta si accorge che in tali esperimenti erano coinvolti gli americani, con finanziamenti pubblici che il NIH (National Institute of Health guidato da Anthony Fauci) ha erogato alla EcoHealth Alliance presieduta da Peter Daszak.

Il Wp e l’alleanza tra ecologia e sanità

“La scorsa settimana, è stato rivelato che l’EcoHealth Alliance ad agosto ha presentato un documento sulla sua ricerca nel 2018-2019 in ritardo di due anni… [un ritardo che] non è stato spiegato”.

” […] La tardiva documentazione descrive esperimenti, approvati dal NIH diretti a testare le possibilità infettive di virus geneticamente manipolati su topi con cellule simili a quelle del sistema respiratorio umano. Le manipolazioni hanno reso i virus più letali per i topi”. Nel riferire ciò, il WP spiega che il NIH ha ribadito che non si è trattato di un guadagno di funzione e la pandemia non è stata causata da tali esperimenti (ovvia smentita).

Nulla di nuovo, ne abbiamo già scritto (vedi il recente “Wuhan, EcoHealth Alliance: storia di coronavirus e di chimere“), ma meritano particolare attenzione le domande che il WP pone, nel finale, a Peter Daszak, che riportiamo di seguito.

“Perché non ha rivelato la sua proposta del 2018 alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) per la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli con il WIV (Wuhan Institute of Virology)  che richiedeva una particolare modifica [l’oramai celebre “sito di scissione della furina” ndr] della proteine ​​spike di virus chimerici una modifica che li avrebbe resi molto infettivi per le cellule umane, esattamente come poi ha fatto il ceppo pandemico? Cosa sa dei database di virus che WIV ha messo offline nel 2019 e mai più rimesso online? Sa quale ricerca potrebbe aver fatto la WIV da sola, durante o dopo la collaborazione con EHA? Che studi si facevano al WIV nei mesi precedenti la pandemia?”

“Il signor Daszak deve rispondere a queste domande prima del Congresso. Le sue sovvenzioni sono arrivate da fondi federali ed è del tutto appropriato che il Congresso insista sulla responsabilità e sulla trasparenza”.

L’articolo è ambiguo: da una parte chiede conto di eventuali responsabilità dei cinesi, dall’altra non può non constatare che il virus prodotto della EHA è sorprendentemente simile, se non uguale, a quello che ha causato la pandemia.

Cambio di strategia e complottistiche verità

Una lettura complottistica della nota potrebbe far pensare che, essendo ormai diventate di dominio pubblico le pericolose ricerche della EHA, si sta prefigurando una via di uscita ai suoi dirigenti, suggerendo loro di cambiare strategia e di diventare i grandi accusatori dei cinesi. Ne uscirebbero indenni, se non come eroi.

Ma al di là delle letture più o meno errate della nota, resta che il Washington Post, giornale mainstream per eccellenza, ha riconosciuto come vero quel che tanti da due anni denunciano, cioè l’oscuro lavoro svolto della EHA a Wuhan per rendere più patogeni i coronavirus.

Il WP cita in tal senso la proposta indecente avanzata dalla EHA alla Darpa di produrre tali coronavirus, evitando, però, di fare la considerazione  banale, nella quale sta tutta la vicenda: nessuno proporrebbe di finanziare un progetto che non è in grado di fare. Meglio, nessuno lo proporrebbe alla Darpa, Agenzia con la quale non si può scherzare.

Progetto articolato nel minimo dettaglio, che evidenzia come la EHA avesse già fatto esperimenti in tal senso e forse li ha anche portati a termine (tra l’altro, si può presumere che la EcoHealth Alliance non lavori solo a Wuhan, dato che tanti sono i biolab Usa nel mondo, e potrebbe aver condotto tali esperimenti anche altrove).

Miopie e ipotesi

A margine di queste considerazioni, una qualche ironia suscita anche il ricordo di quanto avvenuto nel giugno scorso, quando l’Intelligence Usa dichiarò di aver scoperto nei suoi archivi alcuni documenti non ancora esaminati che fornivano nuovi elementi sugli inizi della pandemia, tali da accreditare la tesi che gli scienziati cinesi di Wuhan stavano lavorando sul potenziamento del coronavirus. Notizia che dilagò come un incendio nel mondo.

Toh, gli era sfuggito il documento della Darpa, che ha un rapporto diretto con tali intelligence. Miopie che capitano.

Al di là dell’ironia e dei diversi possibili sviluppi del caso EHA, resta che quel che un tempo era bollato come complottismo ora è “verità”, dato che la verità è ormai diventata proprietà privata del mainstream, anche se resta l’incertezza sulla genesi del virus.

Così altre ipotesi, oggi bollate come complottiste, potrebbero rivelarsi “verità” in futuro (sempre che ci sia interesse a farlo). Restano, infatti, tante le domande inevase, tra cui quelle poste dalle rivelazioni ad opera di tante e diverse fonti medico-scientifiche che indicano la possibilità che il virus circolasse nel mondo prima di essere individuato a Wuhan. Ciò non eliminerebbe l’ipotesi che sia stato creato dall’uomo, dal momento che potrebbe esser stato realizzato in un biolab diverso da quello della città cinese.

Tante, dunque, le ipotesi e le domande, ma va tenuto a mente che ad oggi la tesi ancora più accreditata resta quella che vede una genesi naturale del virus.