22 Ottobre 2021

Nucleare iraniano: a frenare sono gli Usa, non Teheran

Responsible Statecraft svela un retroscena invero interessante delle trattative sul rinnovo dell’accordo sul nucleare iraniano (JPCOA), attualmente in stallo. A stare ai resoconti dei media occidentali, tale stallo sarebbe dovuto a rigidità iraniane, che si sarebbero intensificate dopo le recenti elezioni che hanno visto la vittoria della destra.

Uno stallo durante il quale l’Iran ha iniziato ad arricchire uranio, avvicinandosi così alla soglia critica, quella necessaria per la produrre una testata atomica. Una situazione che i nemici di Teheran stanno usando per far pressioni sul mondo, e in particolare sugli Stati Uniti, perché si adoperi a fermare la minaccia iraniana prima che sia in grado di produrre il micidiale ordigno (cioè un intervento militare).

Uno stallo che l’amministrazione Usa attribuisce completamente alla controparte, si diceva, tanto che a più riprese il Capo del Dipartimento di Stato Anthony Blinken ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno perdendo la pazienza, facendo intravedere, tra l’altro, la possibilità di un intervento.

Le ambiguità degli Stati Uniti

Ma un resoconto di Responsible Statecraft, che si basa su informazioni raccolte da persone che partecipano alle trattative, iraniani e non, ribalta questa versione e getta ombre sull’amministrazione Biden. Secondo il sito americano, infatti, tutto si sarebbe arenato nel maggio scorso, poco prima delle elezioni di Teheran, quando gli iraniani hanno chiesto all’amministrazione Biden delle garanzie.

Teheran, cioè, era pronta ad smettere di arricchire uranio se gli Usa avessero dato al trattato una forma vincolante, che cioè impedisse a una futura amministrazione, eventualmente ostile al trattato, di uscirne e ripristinare le sanzioni che stanno triturando l’economia iraniana.

“Sebbene il team statunitense abbia trovato comprensibile la richiesta iraniana – scrive il sito americano – ha insistito sul fatto che non poteva legare le mani alla prossima amministrazione” impedendogli di porre fine all’accordo.

“Secondo alcuni diplomatici sia occidentali che iraniani coinvolti nei negoziati – continua RS – gli iraniani hanno allora abbassato la loro richiesta e chiesto un accordo secondo il quale Biden si sarebbe semplicemente impegnato a rimanere nell’accordo  per il resto del suo mandato., a condizione che anche l’Iran fosse rimasto conforme. Secondo queste fonti, il team negoziale statunitense ha riportato la questione a Washington ma, con sorpresa di Teheran e di altri, la Casa Bianca non era disposta a prendere un simile impegno, adducendo ostacoli legali”.

Lo stallo ha incenerito le possibilità di vittoria dei moderati iraniani alle elezioni di giugno. Questi, infatti, avevano promesso ai cittadini l’uscita dal tunnel della depressione economica causata dalle sanzioni, che sarebbero decadute, appunto, col ripristino dell’accordo sul nucleare.

Così la destra iraniana ha vinto a mani basse le elezioni, uno sviluppo salutato dai nemici dell’Iran come una manna dal cielo, perché ritenevano che gli integralisti avrebbero rifiutato qualsiasi accordo con gli Usa.

Una narrativa peraltro circolata su tanti media mainstream, che rilanciava in tal modo la questione della minaccia iraniana. Invece, i nuovi padroni di Teheran hanno dichiarato a più riprese di voler riprendere i negoziati, con scorno dei loro avversari.

E, però, le trattative non avanzano. Secondo RS, gli iraniani insistono a chiedere rassicurazioni alla controparte, che questa non vuole dare. Il team americano si limita a chiedere che Teheran receda dall’arricchire l’uranio, in cambio gli Usa torneranno all’accordo, senza però alcuna garanzia sulla remissione delle sanzioni.

“Questo messaggio – annota RS – è stato rimarcato la scorsa settimana durante la visita del negoziatore capo dell’UE Enrique Mora a Teheran, durante la quale gli iraniani hanno sollevato la questione almeno cinque volte durante una consultazione sul JCPOA durata quattro ore, evitando però accuratamente di usare il termine ‘garanzia’”.

Un accordo a lungo termine

La nuova dirigenza iraniana ha fatto un passo indietro rispetto a quanto si era spinta a concedere la vecchia a ridosso delle elezioni, quando, con l’acqua alla gola, aveva abbassato l’asticella: i nuovi padroni di Teheran vorrebbero, infatti, che l’accordo fosse più duraturo, non limitato solo ai quattro anni dell’amministrazione Biden.

Una richiesta niente affatto astrusa, tanto che “i diplomatici dell’UE riconoscono che la preoccupazione [di Teheran] riguardo la facilità con cui gli Stati Uniti possono uscire dall’accordo è ‘seria e legittima’”, scrive RS.

Infatti, l’annullamento delle sanzioni non darebbe benefici immediati, ma a lungo termine, scrive RS, che sarebbero annullati dal loro ripristino in caso di un nuovo annullamento del trattato. Inoltre, la precarietà del trattato bloccherebbe chi volesse investire in Iran, dato il rischio di vedersi vanificare tale investimento.

Peraltro, si può aggiungere che la rescissione di un eventuale accordo da parte di una futura amministrazione Usa, in caso di vittoria dei repubblicani, sarebbe più o meno inevitabile: come avvenne al tempo delle elezioni di Trump, uno dei temi della campagna elettorale sarebbe appunto tale rescissione, che sarebbe brandita per attirarsi il voto dell’elettorato ebraico di destra e degli evangelical, che ne condividono gran parte dell’agenda.

Tanta, dunque, l’ambiguità nella politica estera Usa, basti ricordare che quando Trump annullò il trattato – su pressione dei neocon che l’imposero al presidente in cambio del loro appoggio contro il Russiagate -, i democratici l’accusarono di minare la pace del mondo e promisero che, se avessero vinto, l’avrebbero ripristinato.

Promessa che Biden probabilmente vorrebbe mantenere, dato che la guerra contro l’Iran, possibilità non remota se non si ripristina l’intesa, è scritta a caratteri cubitali nell’agenda delle guerre infinite, che egli vorrebbe chiudere. Ma evidentemente non può, almeno ad ora, date le tante, immani, pressioni contrarie. Da cui la schizofrenia nei rapporti con Teheran.