9 Ottobre 2021

Il web e gli intermediari di vigilanza

Il futuro della democrazia liberaldemocratica a quanto pare vive di censura: Google e Youtube hanno annunciato che vieteranno pubblicità negazioniste sul cambiamento climatico, o come si legge sul loro comunicato,  “contraddicono il consenso scientifico consolidato sull’esistenza e le cause” di tale mutamento.

Una decisione che segue quella di Big Tech di contrastare i contenuti non in linea con il consenso riguardante il Covid-19. Qualcosa di sinistro si sta realizzando nelle asserite democrazie d’Occidente, dove la scure della censura chiude spazi di dialogo su temi che il Potere, quello vero, ritiene sensibili, lasciando piena libertà su tematiche secondarie.

Così anche la censura di Fb del filosofo Giorgio Aganbem, il cui intervento, a giudizio dei censori del social, viola la verità rivelata sul green pass, appare esemplare di quanto sta avvenendo nel mondo.

Censura ancora più illegittima e odiosa perché si abbate su un intervento che il filosofo ha fatto in una sede istituzionale, la Commissione affari costituzionale del Senato, un’ingerenza, dunque, nella più alta sede rappresentativa del popolo italiano (da qui un simbolismo più sinistro).

L’accademico, la cui biografia non lascia spazio a dubbi riguardo la sua autorevolezza (al di là della condivisione o meno dei suoi giudizi), aveva espresso la propria contrarietà all’introduzione del green pass, che, affermava, è stato introdotto surrettiziamente grazie all’emergenza della vaccinazione (tale misura non si è data in campagna vaccinali del passato).

Il green pass, non la vaccinazione,  è dunque il focus della vicenda e l’obiettivo di certo potere, dato che si è introdotto un sistema di controllo della popolazione come mai prima d’ora.

“I politologi – afferma – sanno che le nostre società sono passate dal modello di «società di disciplina» al modello «società di controllo». Società fondate sul controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali, che diventano così quantificabili con un algoritmo”.

E si domanda: «È possibile che i cittadini di una società che si pretende democratica si trovino in una situazione peggiore dei cittadini dell’Unione Sovietica sotto Stalin?».

Al di là se sia giusto o meno imporre certe limitazioni, dibattito nel quale non vogliamo entrare, la censura del filosofo non è altro che uno dei tanti eventi che confermano la stretta che sta avvenendo contro la divergenza dai dettati del Potere.

La liberaldemocrazia si sta evolvendo in altro, usando il potere invasivo e capillare di internet, non più spazio di libertà alternativo, com’era ingenuamente rappresentato ai suoi esordi, ma, consegnato al monopolio di pochi a cui è stato dato il ruolo di “intermediari di sorveglianza”, come da definizione di una nota della Harward Law Rewiew.

Si tratta di strette per ora limitate, coronavirus e clima appunto, ma è una deriva che, una volta intrapresa con tale assertività, non può che farsi più serrata.

L’allarme sociale per tale deriva è circoscritto, pur se rumoroso, e ha pochi spazi di tribuna, dilagando invece sui media la narrazione che discende dal consenso della cosiddetta comunità scientifica, nella quale pure esiste un dissenso, sempre più emarginato e sterilizzato.

Si noti, per inciso, come anche Galileo andasse contro il consenso della comunità scientifica di allora, lezione che evidentemente non è stata recepita dalla comunità attuale, che dovrebbe essere la prima a denunciare come errate certa prassi.

Proprio l’idea di un asserito “consensus” sembra, invece, alla base questa svolta della liberaldemocrazia occidentale.

Proprio il consensus all’autorità distingue l’autoritarismo dal totalitarismo, dato che il primo si impone con la forza, chiede cioè solo l’obbedienza del corpo, il secondo chiede invece l’adesione della mente, cioè l’anima.

Quel che si va prospettando è un futuro distopico, anche se per fortuna esistono forze che si stanno opponendo a tutto questo, in una guerra – ché di questo si tratta – che si giocherà tutta nel cuore dell’Impero, con le colonie del tutto ininfluenti, almeno ad oggi.

Anche per questo è importante la battaglia che si sta giocando su Fb, che ieri ha registrato un’altra disfunzione macroscopica (segno di un conflitto reale).

Ma è da capire se la pressione di cui è fatta oggetto il social da parte del potere politico è volta a ridimensionare il mostro del web per aprire nuovi spazi di libertà nella rete oppure serve solo a restringere l’autonomia e i deliri di onnipotenza del suo creatore Mark Zurckeberg.

Colpisce che, mentre Fb è sotto esame, nulla turba la pace dl twitter, che benché meno massivo, ha un peso immane nel mondo, basti pensare al ruolo che ha assunto nelle varie rivoluzioni colorate. Vedremo.