4 Ottobre 2021

La svolta green sta portando le masse alla canna del gas?

Il mondo è stato investito da una grave crisi. Il collasso energetico che ha investito la Gran Bretagna e quello cinese, dove intere aree urbane si sono oscurate, è solo un sintomo di una patologia più generale, che vede alzarsi i prezzi dell’energia in tutto il mondo.

Uno sviluppo che ha ricadute non solo sulle bollette del gas, ma anche – come spiega il New York Times – su molti altri beni primari, anzitutto gli alimenti, che iniziano a costare sempre più. E le previsioni non sono rosee, dato che tanti analisti stimano che il trend dovrebbe continuare così, anzi aumentare.

Tanti i fattori di questa crisi, ma gli esperti puntano la loro attenzione su due grandi fattori: la pandemia e la transizione energetica verso il green.

La pandemia green

La pandemia ha infatti avuto un peso, dal momento che il blocco parziale della produzione globale ha fatto collassare la domanda di energia, da cui una decremento del prezzo del petrolio e del gas.

Più che un calo dei prezzi si è avuto in realtà un vero e proprio crollo, tanto che a un certo punto si è arrivati al paradosso di società che pagavano pur di liberarsi del petrolio in eccesso.

Da qui la diffidenza verso il futuro da parte dei produttori, come segnala un articolo del New York Times: se è vero che il morso della pandemia sembra farsi meno stringente – da cui un aumento della domanda -, è vero anche che tale sviluppo è incerto e i produttori di gas e petrolio non vogliono ritrovarsi di nuovo alle prese con la sovrapproduzione.

Insomma, l’aumento dell’energia fossile è legato a questo momento pandemico e alle sue incertezze, e poco si può fare sul punto (mentre tanto si può fare in Europa ad esempio tramite il North Stream 2, che dovrebbe portare il gas russo nel Vecchio continente, ma con freni dettati dal contrasto con Mosca).

E, però, c’è un altro elemento in gioco in tutto questo e niente affatto casuale. Il passaggio dall’era dai combustibili fossili all’energia green.

Ne accenna l’articolo del Nyt: “Un’altra causa della riduzione di produzione è che le banche e gli investitori sono riluttanti a investire denaro nel business del petrolio e del gas. Secondo la società di ricerca Dealogic, il flusso di capitali da Wall Street si è rallentato fino a diventare un rivolo dopo un decennio durante il quale gli investitori hanno versato oltre 1,4 trilioni di dollari ai produttori nordamericani di petrolio e gas attraverso emissioni e prestiti di azioni e obbligazioni”.

“Penso che il dramma che stiamo vedendo sul mercato sia una collisione di tre enormi forze’, ha detto ad al Jazeera Reed Blakemore, vicedirettore del Global Energy Center dell’Atlantic Council.

“L’impatto della prolungata incertezza della domanda dovuta a COVID-19 [..]; i cambiamenti strutturali di una transizione […] verso un mondo a emissioni zero; e la dura realtà che servono investimenti e sviluppo per produrre petrolio e gas, cruciali per la stabilità del mercato anche durante la transizione energetica globale”.

Così, grazie alla svolta green, le classi meno abbienti si trovano alla canna del gas. E questo sviluppo non deriva da un accidenti imprevisto, come la pandemia, ma da un’iniziativa dei padroni del vapore.

L’élite green

A lanciare una vera e propria crociata per disinvestire dall’energia fossile in favore del green, la Fondazione Rockefeller. Così i suoi dirigenti in un editoriale del New York Times: “Abbiamo avviato un’organizzazione, BankFWD . Questa rete di individui, imprese e fondazioni utilizzerà le loro scelte bancarie e la posizione pubblica per convincere le principali banche a eliminare gradualmente il finanziamento dei combustibili fossili e ad occuparsi delle questioni climatiche“.

Trattandosi dell’élite finanziaria globale, ci sono riusciti. Alla campagna hanno aderito JPMorgan, la banca più ingaggiata nei combustibili fossili, e Goldman Sachs, il più importante istituto finanziario globale, e tanti a seguire.

Una consegna che è stata fatta propria dai governi di tutto il mondo, ché la spinta al green è inarrestabile (da cui anche la potenza della profetessa delle élite, Greta Thunberg, da tempo impegnata ad annunciare la fine del mondo al modo dei più simpatici Testimoni di Geova).

Detto questo, non c’è nulla di male nel desiderare un mondo più pulito, anzi. Il punto è il modo con cui si sta procedendo, che sta producendo l’ennesimo disastro, ancor più odioso perché si abbatte su un mondo flagellato dalla pandemia (non si poteva aspettare almeno un anno?) e perché la spinta viene da quanti in questo tempo pandemico hanno lucrato sulle pelle delle moltitudini (dato che la ricchezza non svapora, si sposta, e all’impoverimento delle masse è corrisposto un aumento della ricchezza degli oligarchi della Finanza).

Il punto è quanto dichiarato da Blakemore, cioè che in questa transizione non si è lavorato abbastanza per bilanciare la decrescita dei combustibili fossili in armonia con la crescita della produzione green.

Non c’è un processo magico per cui da oggi si dismette il petrolio e si passa al green: c’è un lasso di tempo critico che, se non gestito bene, rischia di causare tragedie, come sta avvenendo. E, come ogni crisi (vedi pandemia), rischia di accrescere la ricchezza dei pochi e aumentare la povertà delle moltitudini.

Nota a margine. Da notare che, mentre il mondo è alla canna del gas, restano in vigore sanzioni arbitrarie contro il Venezuela e l’Iran, ambedue Paesi produttori di petrolio.