29 Settembre 2021

Xi, Biden e l'accordo per liberare la Meng di Huawei

Il rilascio di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, avvenuto la settimana scorsa, ha implicazioni di certa rilevanza. La signora Meng, figlia del fondatore della Huawei, la società tecnologica di punta di Pechino, era stata arrestata nel dicembre del 2018 a Vancouver, Canada, inseguita da un mandato di cattura emesso da un tribunale americano.

Un’iniziativa giudiziaria che era anzitutto politica, e di alta politica. Il suo arresto fu un fulmine a ciel sereno, giunto, non certo a caso, durante un summit tra Trump e Xi Jinping a margine del G-20 in Argentina.

L’effetto bomba dell’arresto della Meng

“L’arresto di Meng Wanzhou […] è avvenuto nella stessa notte in cui il presidente Trump e il presidente cinese Xi Jinping  stavano cenando insieme a Buenos Aires e concordando una tregua commerciale di 90 giorni” (New York Times).

Una bomba sulla distensione tra Cina e Stati Uniti. Un segnale inviato non tanto a Pechino, ma all’Imperatore, diretto a fargli capire che con la Cina non si poteva fare nessun accordo e che il destino delle due potenze doveva restare conflittuale.

L’iniziativa, infatti, era di altissimo livello, dato che colpiva una delle figure più importanti della Cina e la società che rappresentava la più rilevante sfida dell’Occidente, dato che aveva iniziato a vendere la sua tecnologia 5G al mondo, ponendo criticità all’egemonia indiscussa delle Big tech.

Trump dovette ammainare bandiera e riprendere la sua guerra commerciale alla Cina, arrivata al parossismo sotto le elezioni presidenziali.

Un conflitto criticato dai suoi oppositori che ora si ritrovano a proseguire su quel solco, inasprendo anzi la competizione sul piano militare, come evidenziato dalla vendita di sottomarini nucleari all’Australia e dal rafforzamento del Quad, l’alleanza politica tra Stati Uniti e alcuni Paesi asiatici che Washington vorrebbe trasformare nella Nato del Pacifico in funzione anti-Pechino.

Tale la politica che sta perseguendo da Biden, sulla quale, però, il rilascio della Meng, offre alcune indicazioni.

Anzitutto i fatti: le accuse della Meng sono cadute a seguito della sua ammissione di alcuni illeciti e alla remissione di alcuni capi di accusa. Atti formali necessari all’autorità giudiziaria americana che ne aveva chiesto l’arresto per comunicare ai magistrati canadesi il via libera al rilascio.

Certo, il processo proseguirà, ma con la Meng ormai a casa, dove è stata accolta come un’eroina a causa della politicizzazione del caso, avrà semmai una rilevanza mediatica, non più politica.

In parallelo alla sua scarcerazione, la Cina ha permesso a due canadesi condannati per spionaggio di tornare a casa. I due erano stati arrestati pochi giorni dopo l’arresto della Meng: una ritorsione per far pressione su Vancouver.

Quanto avvenuto sembra configurarsi così come uno scambio di prigionieri in stile Guerra Fredda, anche se ovviamente entrambe le parti hanno negato che vi fosse una relazione tra i due casi.

Ma è davvero così? A gettare luce su quanto avvenuto, la cronologia. Una settimana fa, al vertice Onu, Biden, pur avendo indicato la competizione nell’Indo-Pacifico come cruciale per mondo, ha negato di voler ingaggiare una Guerra Fredda con la Cina.

La telefonata Xi – Biden

Subito dopo, la liberazione della Meng, Il New York Times, riferendosi alla vicenda, scrive: che essa era “diventata un simbolo dell’atmosfera da Guerra Fredda nelle relazioni tra Pechino e Washington”.

Certo, anche lo scambio di ostaggi, aggiunge il Nyt, riecheggia quei tempi. Ma, fatto salvo tutto il simbolismo del caso, si è trattato di un gesto distensivo di grande rilievo, col quale Biden ha voluto confermare quanto aveva detto all’assise dell’Onu.

A conferma di ciò, quanto rivelato da Pechino. Così il South China Morning Post: “Il presidente Xi Jinping ha compiuto uno sforzo chiaro e specifico riguardo l’incidente di Meng Wanzhou: ha chiarito la posizione della Cina e ha chiesto che gli Stati Uniti risolvano correttamente la vicenda prima possibile’, ha detto a Pechino la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying”.

Il presidente cinese, prosegue il Scmp, si sarebbe impegnato personalmente in tale vicenda e ne avrebbe parlato direttamente a Biden nel corso di una telefonata avvenuta all’inizio di settembre.

Insomma, un gesto distensivo di alto livello non solo per la vicenda in sé, ma perché pattuito in un accordo tra i due Imperatori.

Tutto ciò rende evidente che Biden sta tentando di frenare la spinta anti-cinese che viene dal complesso militar-industriale e da diversi ambiti di potere Usa, che sta trascinando il mondo in un conflitto serrato che, seppur non votato alla guerra, potrebbe provocarla per la sfrenata aggressività cui è sotteso e la complessità del conflitto stesso.

A Biden, dunque, si sta riproponendo il rovello di Trump: da una parte è costretto a cedere alle pressioni, dall’altro deve evitare che esse precipitino il mondo nell’abisso.

Un conflitto interno che durerà tempo e procederà per stop and go, nel quale Biden, come Trump, dovrà guardarsi soprattutto dall’apparire acquiescente con l’avversario, pena l’essere additato come traditore, accusa peraltro che lo insegue in via preventiva dall’inizio del suo mandato.

Anche per questo, il rilascio della Meng è avvenuto nel giorno in cui Biden ha ospitato a Washington una riunione virtuale del Quad. Un gioco di equilibrio necessario a tenere a freno le spinte di un mondo squilibrato.