16 Settembre 2021

Nucleare Iran: dopo tante criticità, torna la speranza

L’Iran, per bocca del portavoce del governo Saeed Khatibzadeh, ha dichiarato di essere pronto a riprendere i colloqui sul nucleare. Una dichiarazione importante perché stavano montando le voci di un collasso del dialogo intrapreso a Vienna con gli Stati Uniti, con conseguenze drammatiche per il Medio oriente e il mondo intero.

Sembravano avverarsi, cioè, le tante profezie mediatiche che avevano dato Teheran non più interessata a un accordo con gli Usa dopo il cambio della guardia al governo, ripreso saldamente in mano dalla destra dopo anni di gestione da parte delle forze più moderate e progressiste.

Un cambio di guardia, peraltro, indotto dall’esterno e proprio da quelle forze occidentali contrarie a un ripristino dell’intessa Usa-Iran, che toglierebbe ai costruttori di guerre una delle più importanti carte da gioco da calare sul tavolo mediorientale.

Infatti, l’uccisione del generale Qassem Soleimani, comandante dei Guardiani della rivoluzione, e la rescissione immotivata dell’accordo nucleare da parte degli Stati Uniti, in combinato disposto con l’aggravio delle sanzioni, hanno creato un clima di sfiducia verso l’Occidente nel popolo iraniano, a discapito delle forze politiche che avevano provato ad aprire il Paese al mondo.

Da qui l’ascesa al potere della destra, salutata dai circoli internazionali che da tempo spingono per una guerra contro l’Iran come una vittoria: erano sicuri, infatti, che l’intransigenza del nuovo governo avrebbe affossato il dialogo di Vienna, aprendo le porte a nuovi scenari bellici contro Teheran.

Una complicazione che s’intrecciava con altre, in particolare con l’inserimento nei colloqui viennesi di elementi nuovi e inaccettabili per Teheran, come la limitazione drastica del suo programma missilistico e la rescissione completa dei suoi rapporti con le forze politiche e militari di orientamento sciita presenti in Iraq e Libano.

Richieste avanzate per far fallire il dialogo più che per eliminare dal gioco mediorientale alcuni fattori di instabilità, dato che si tratta appunto di istanze irrealistiche e inaccettabili, che possono essere brandite al massimo in sede contrattuale per forzare l’Iran su alcuni punti.

Ma al di là delle complicazioni pregresse (di cui alcune rimangono di stretta attualità), resta che l’impasse determinata dal cambio della guardia a Teheran, al quale era seguito un lungo silenzio da parte degli iraniani, sembra superato.

E superato in extremis, dato che alcuni giorni fa il Segretario di Stato americano aveva dichiarato che l’America era sul punto di dichiarare finito il dialogo. Parole forzate, quelle di Antony Blinken, data le feroci critiche che l’amministrazione Usa sta subendo a causa del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, avanzate anche per frenare altre iniziative distensive da parte di Washington, tra cui appunto l’intesa con l’Iran.

Ma, forzate o meno che fossero, tali dichiarazioni manifestavano l’urgenza di trovare uno spiraglio per uscire dalla rischiosa impasse, con l’Iran che ha risposto positivamente all’appello.

Tale risposta è arrivata dopo la visita del Direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha chiuso un vero e proprio braccio di ferro tra l’Iran e la stessa, che rischiava di chiudere la questione.

Una visita nella quale si sono ritrovate le convergenze perdute, come dimostra la dichiarazione congiunta rilasciata alla sua conclusione da Rafael Grossi, il capo dell’Aiea, e Mohammad Eslami, responsabile per l’energia nucleare di Teheran.

Non solo l’Iran, di ieri le parole distensive del ministro della Difesa israeliano, che ha dichiarato pubblicamente il suo favore al ripristino del trattato. Una dichiarazione dirompente, dato che finora il nuovo governo di Israele, con Bennet al posto di Netanyahu, si era limitato a dire che non si sarebbe opposto alle iniziative americane in tal senso.

Nel riferire la dichiarazione di Gantz, Timesofisrael rileva che è la prima volta che un esponente di un governo israeliano si dice favorevole a tale possibilità, nonostante tale favore fosse stato espresso pubblicamente più volte da alti esponenti dell’esercito e dell’intelligence (vedi anche Washington Post).

Coraggioso Gantz che, da militare e da ministro della Difesa, ha dato voce al sentimento diffuso nell’esercito, che più dei politici conosce i rischi di uno scontro aperto con Teheran, che certo incenerirebbe l’antagonista, ma con conseguenze disastrose per la loro patria.

D’altronde anche tanti esponenti politici israeliani condividono tali paure, anche per gli stretti rapporti che intercorrono tra Politica e Sicurezza. Ma decenni di governo Netanyahu hanno portato al parossismo in Israele l’ossessione del pericolo iraniano (Reuters), condannando la politica a evitare aperture distensive in tal senso.

E il regno di Netanyahu, benché al momento finito, ancora incombe, come dimostra, per dar conto di suggestioni diffuse sui media, l’incidente aereo che ha ucciso un testimone chiave del processo che vede imputato l’ex premier, un’iniziativa giudiziaria che pone criticità alla sue possibilità di un ritorno al potere.