14 Settembre 2021

Putin incontra Assad

A sinistra, Bashar al-Assad; a destra, Valdimir Putin

Putin ha incontrato Assad, volato a Mosca per l’occasione. Una visita che ha dello straordinario, dato che tanti vorrebbero far fuori il presidente siriano, che è riuscito a sgusciare fuori dalla rete che da anni lo stringe e stritola il suo Paese, al centro di un conflitto mondiale non dichiarato, ma non per questo meno feroce.

Non è la prima volta che i due presidenti si incontrano, ma il rinnovarsi di tale colloquio non ha nulla di meccanico. Indica che Assad è ancora vivo e che il Paese tiene, nonostante gli anni di guerra e le inique sanzioni internazionali, che stanno torturando il popolo siriano anche durante il Covid-19: uno scandalo che mostra il volto più feroce della cosiddetta liberaldemocrazia.

Simbolo di tale mistero dell’iniquità la disparità di trattamento tra i due emirati nati a seguito delle guerre americane: quello dei talebani in Afghanistan e quello di Hayat Tahrir al-Sham, il nome della fazione siriana di al Qaeda, che controlla Idlib, nel territorio siriano.

Mentre tutto il mondo è preoccupato per i talebani, che pure da quando hanno preso il potere – al netto di tante notizie false volte a screditarli e di alcuni effettivi estremismi – non hanno fatto granché che minacciasse altri, dell’emirato di Idlib non importa nulla a nessuno, nonostante da anni i suoi tagliagole imperversino sulla popolazione civile e non nascondano le loro mire sulla regione.

Però è talmente consolidata, ormai, la narrazione di questa Primavera araba, che vede in Assad un criminale e nei suoi oppositori degli eroi della libertà, che è arduo tornare indietro. Solo se Assad cadesse, e dopo anni, qualche media mainstream si azzarderebbe a pubblicare qualche nota in controtendenza. Tant’è.

Israele e la Siria

Ma al netto della dovuta digressione, che dobbiamo al popolo siriano che da anni soffre nel silenzio generale (sofferenze che abbiamo documentato tramite  interviste a vari esponenti della Chiesa locale e tanto altro), e tornando al faccia a faccia tra il presidente siriano e lo zar russo, che lo ha messo sotto la sua ala protettiva evitando che il Paese cadesse in mano all’Isis e di al Qaeda, va registrano che tale incontro potrebbe segnalare una qualche novità sul fronte siriano.

Due i nodi da sciogliere: la presenza di jihadisti e terroristi vari nel territorio siriano e i continui bombardamenti di Israele. Sul primo punto Putin ha riaffermato la necessità di ripulire il Paese dai tagliagole che lo insanguinano e restaurare l’autorità dello Stato legittimo anche nei territori preda di questi. Ma è un obiettivo ancora aleatorio.

Più a portata di mano, invece, un cambiamento nei rapporti con Israele, dato che tanto è cambiato negli ultimi tempi, nonostante l’ossessiva campagna di bombardamenti dei Jet di Tel Aviv.

Bombe alle quali Damasco ha, finora, evitato di rispondere, come sarebbe legittimo per attacchi similari, per evitare di rimanere incenerita dalla controparte, che fa valere il principio della legge del più forte (banale e brutale allo stesso tempo).

Israele giustifica le bombe come attacchi preventivi: sarebbero, cioè, tesi a evitare il consolidamento della presenza iraniana in territorio siriano e il trasferimento di armi da Teheran a Hezbollah. Si tratta di una logica bellica nata nel post 11 settembre che tanti danni ha fatto nel mondo ed è tanto difficile da cambiare: Israele si sente minacciata dall’Iran, da cui tanto affanno.

L’ipotesi di Putin

Putin aveva provato a risolvere il rebus, offrendo a Netanyahu sia l’assicurazione che la Siria non sarebbe diventato un hub di transito per le armi dirette a Hezbollah, sia la garanzia che Israele non avrebbe subito aggressioni dal territorio siriano, grazie a una presenza russa di interposizione tra i due Paesi.

Una proposta che Netanyahu ha sempre rigettato. Ma qualcosa potrebbe essere cambiato. Negli ultimi tempi i russi hanno aiutato i siriani a registrare le proprie difese, rendendo meno efficaci gli attacchi israeliani e mettendo a rischio, in prospettiva, i Jet protagonisti di tali incursioni.

Un segnale al nuovo governo di Tel Aviv, così invitato a un cambiamento di strategia. Forse è per questo, o forse no, che Mosca ha recentemente ospitato un vertice tra i ministri degli Esteri russo e israeliano, rispettivamente Lapid e Lavrov, mirato a preparare un più impegnativo vertice tra Putin e Bennet, il nuovo premier d’Israele.

Nell’incontro con Lapid si è parlato di Iran, con il ministro israeliano che ha ripetuto la determinazione del suo Paese a evitare un Iran nucleare. Ma forse si è parlato anche di Siria, sebbene sul punto non sia trapelato nulla (né nulla può trapelare, dato che se si troverà un qualche accordo, sarà tenuto segreto o sarà comunque disvelato all’ultimo giorno: il governo israeliano sarebbe impallinato in patria).

Ma il fatto che Putin abbia ricevuto Assad tra la visita di Lapid e la prossima, ad oggi prevista, visita di Bennet, sembra prefigurare che lo zar voglia avanzare qualche proposta al suo futuro interlocutore.

Ipotizzare un accordo prossimo venturo che possa rassicurare Israele e riportare un po’ di pace in Siria è azzardato. Ma sperare che qualcosa possa iniziare a frenare questo gioco al massacro non è illegittimo. C’è da rassicurare Israele, ovviamente, ma esistono tante strade in proposito. Vedremo.