11 Settembre 2021

Afghanistan: la strage di Kabul e il realismo di Fukuyama

L’attacco con un drone a una cellula dell’Isis che minacciava di compiere un nuovo attentato a Kabul, dopo quello che aveva perso 200 vite, è stata l’ultima follia della guerra afghana. L’attacco ha decimato una famiglia (vedi Piccolenote) per niente: un’inchiesta del New York Times pone gravi dubbi sulla versione ufficiale.

L’attentato che non ci fu

Il giornale della Grande Mela, infatti, grazie al materiale raccolto e alle analisi svolte, solleva gravi dubbi su quanto avvenuto, “sia sul fatto che il veicolo colpito trasportasse esplosivi, sia sui legami tra l’autista dello stesso e l’Isis e sia, infine, sul fatto che ci sia stata una seconda esplosione dopo l’impatto del missile con  l’auto”.

Quest’ultima circostanza è stata riferita dal comando Usa per giustificare le vittime collaterali: la famiglia afghana decimata non sarebbe morta a causa del loro missile, ma in seguito all’esplosione dell’ordigno trasportato sul veicolo dall’Isis.

L’uomo ucciso insieme alla sua famiglia, tra cui diversi bambini, aveva lavorato per anni presso Nutrition & Education International, una ONG Usa che si occupava di distribuire cibo agli afghani affamati…

Insomma, il Nyt ha palesato, in modo soft, come appropriato per un giornale mainstream, l’ultima tragedia di questa guerra infinita. Un errore di valutazione come tanti altri di questo conflitto, disvelato in questo caso perché n questi giorni l’attenzione del mondo era rivolta a Kabul .

A tale inchiesta fanno da contraltare le tante inchieste mancate su tanti altri attacchi che hanno causato la morte di civili afghani, giustificate dal comando Usa senza alcun contraltare.

Il punto è che in questa sporca guerra, come hanno fatto notare tanti giornalisti americani, spesso si sparava prima di pensare, anche perché il fatto che a nessuno importasse cosa succedesse in Afghanistan garantiva l’impunità del caso.

La strage, e il comportamento del comando Usa, che ha fatto di tutto per coprire quanto avvenuto, confermano che la decisione di Biden è stata corretta: questa guerra doveva finire.

Certo, c’è l’incognita talebani, ma pur non sottovalutando i rischi, non si può non rilevare che contro di essi si sta muovendo la solita macchina del fango utilizzata in questi anni contro i cosiddetti Stati canaglia.

Simbolo della criminalizzazione dei talebani la fola dell’uomo impiccato trasportato con un elicottero sui cieli afghani; un video virale che si è dimostrato falso (Associated Press).

Al di là di altri esempi simili, che è inutile analizzare in questa sede, ci sembra invece interessante sottolineare come del tutto strumentali, e in linea con la spinta di cui sopra, siano le richieste avanzate da più parti in modo ossessivo perché il governo afghano includa donne.

Richieste risparmiate, ad esempio, ai Paesi del Golfo, dove dove vige tale analogo diniego e dove, similmente a quanto avviene in Afghanistan, le donne non possono frequentare le aule scolastiche frequentate dagli uomini, senza suscitare lo scandalo che tale sistema scolastico desta nel caso afghano.

Forzature, strumentalizzazioni che non aiutano a risolvere il rebus afghano, anzi rendono ancor più intricata una matassa già ingarbugliata e a rischio.

Fukuyama e l’Afghanistan

Sul punto è di interesse l’intervista che Francis Fukuyama ha rilasciato a Massimo Gaggi per il Corriere della Sera, dato che l’intervistato è analista politico di grande influenza.

Anzitutto Fukuyama giustifica la decisione di Biden, inevitabile perché si trattava di una delle tante “guerre sbagliate o comunque protratte troppo nel tempo”, alla quale si è finalmente posto fine.

“Il problema principale – spiega Fukuyama – fu la reazione eccessiva agli attentati dell’11 settembre 2001. La minaccia del terrorismo di Al Qaeda fu molto sopravvalutata, così come fu sopravvalutata la possibilità di ottenere risultati politici usando la forza militare“.

“[…] Guardando ora le cose col distacco degli anni trascorsi, vediamo che fu commesso un grosso errore politico con le invasioni, soprattutto l’Iraq: quella del terrorismo era, in realtà, una minaccia limitata, anche se condotta con azioni spettacolari per la loro ferocia. Abbiamo scoperto che Al Qaeda e gli altri gruppi non solo non erano in grado di procurarsi armi sofisticate, ma non avevano nemmeno un reale peso politico nel mondo arabo”.

Sul rischio che i talebani diano nuova linfa al Terrore, Fukuyama spiega: “C’è chi cita come prova [di tale disposizione] la liberazione dei reclusi delle prigioni afghane. Ma a me risulta che, quando hanno aperto i cancelli, i talebani hanno fatto uscire tutti ma non i capi dell’Isis-K, eliminati con esecuzioni sommarie”.

Certo, il cantore della superiorità della liberaldemocrazia, come altri guru similari, poteva svegliarsi prima. ma allora rischiava di essere etichettato come disfattista, filo-terrorista o filo-Putin, sorte toccata ai pochi che si sono opposti alla follia delle guerre infinite.

Né, peraltro, tali guru spendono una parola per le propaggini attuali delle guerre infinite, tra cui il caso più tragico resta la Siria, con Assad al posto di Saddam Hussein e la Siria al posto dell’Iraq, dal momento che deve essere “liberata” dal tiranno nonostante sia evidente a tutti che se cade Assad il Paese è destinato a una lunga agonia, al modo di Iraq e Libia. Tant’é.

Resta, però, vera e realista l’analisi di Fukuyama sull’Afghanistan che, in altri termini e più sinteticamente, ha detto quel che abbiamo tentato di spiegare in questi giorni sul nostro sito. Per una volta, ci supportano anche guru e paraguru.