11 Settembre 2021

11 settembre 2001, quando iniziò l'era della Sicurezza

L’11 settembre 2001, con la demolizione delle Torri Gemelle e la violazione del Pentagono, è iniziata una nuova era: una nuova variabile è entrata nel mondo e ha lentamente, ma progressivamente, dilatato la sua importanza: la Sicurezza.

La liberaldemocrazia occidentale, che fino a quel momento aveva promesso libertà e prosperità diffusa ai cittadini, ha iniziato a porre la Sicurezza come base fondante il patto tra societas e istituzioni.

Neanche durante la Guerra Fredda, che pure ha conosciuto la Paura della guerra atomica, la Sicurezza era assurta a “valore”. Era solo una delle tante variabili del gioco, anche perché essa era garantita apriori dalla mutua distruzione reciproca che caratterizzò l’era del duopolio Usa-Urss.

Anzi, in tale era la liberaldemocrazia brandì come un’arma la sua promessa di libertà e democrazia per vincere quel duello, anche se non va dimenticato il lato oscuro di quella promessa, che ha importanza notevole.

Infatti, per garantire quella libertà e quella prosperità ai cittadini dell’Europa e degli Stati Uniti occorreva evitare che il virus del comunismo e delle sue varianti attecchisse significativamente all’interno dei propri confini, da cui la sovranità limitata dell’Europa, con tutti i suoi annessi, e le sanguinarie dittature sudamericane.

Eppure, nonostante tale lato oscuro, ai cittadini d’Occidente la liberaldemocrazia si limitava a mostrare il suo volto benevolo e accattivante e di certo migliore del duro rigore del comunismo reale.

Con l’11 settembre tutto ciò è cambiato e la Sicurezza è assurta a requisito essenziale per l’esistenza stessa della liberaldemocrazia, dilatando via via la sua importanza.

In realtà, la fine della minaccia del comunismo reale ha reso meno indispensabile promettere alle masse il benessere diffuso. dato che non c’era più un modello altro col quale disputarsi il favore delle stesse.

Da qui la vampirizzazione delle risorse da parte di ristretti circoli finanziari a scapito delle masse, un processo che ha avuto conseguenze sulla democrazia stessa, dal momento che essa è per lo più consegnata ai dettati di tali élite (che, seppur presenti in passato, avevano un rapporto dialettico con la Politica, ora diventata per lo più ancillare).

Tale processo di erosione, sotto gli occhi di tutti, è stato accelerato proprio dalla variabile Sicurezza, innestata in tale dinamica come l’altra faccia della medaglia del Terrore, con superfetazione successiva.

Tanto che la Sicurezza non è stata brandita solo come argine al Terrore, ma ha informato sempre più la politica e la geopolitica. Così che, solo per fare un esempio, la competizione nel settore automobilistico con la Germania durante l’era Trump è stata considerata una “minaccia alla Sicurezza nazionale” degli Stati Uniti.

E più di recente, per fare un altro esempio, la stretta sulla Finanza da parte della Cina, piuttosto che essere vista come una variabile nuova nelle dinamiche del sistema finanziario internazionale, è stata definita dall’oligarca Soros una minaccia alla Sicurezza nazionale degli Usa.

La Sicurezza, insomma, è diventata un valore fondante della liberaldemocrazia, tanto importante da legittimare non solo nuovi conflitti, ma anche aberrazioni vere e proprie, come gli attacchi preventivi (leggi assassinii) e lo spionaggio di massa (Patriot act e tanto altro).

A dilatare oltremisura l’importanza di tale valore è stata la pandemia, decretata dall’Oms l’11 marzo 2020: un altro 11, coincidenza simbolica e magari non casuale per gli amanti della cabala (sulle analogie tra i due 11, rimandiamo a Piccolenote).

Il virus, infatti, ha reso la Sicurezza ancora più parte integrante delle dinamiche sociali, erodendo vieppiù il residuo spazio di manovra della Politica e rendendo ancora più ricchi e potenti i circoli oligarchici internazionali (colpisce, nel piccolo, che ormai anche la pubblicità, per vendere, usi sempre più spesso questa parola come chiave di volta).

La Sicurezza al posto della prosperità, cioè della declinazione borghese della parola felicità. E come limite necessario, e anzi desiderabile, della libertà, sia quella personale che sociale, Tale il portato più invasivo, almeno in Occidente, dell’11 settembre, che l’11 marzo ha rafforzato.

Un valore, peraltro, ad alto rischio, non solo perché a un livello alto acuisce il processo verso l’oligarchia, ma perché, a un livello più basso, promette ciò che non può dare, con problemi conseguenti.

Se, infatti, la Sicurezza globale ha creato uno squilibrio globale, con la dilagante destabilizzazione internazionale, a livello individuale tale squilibrio si manifesta in una dilatazione delle patologie psicologiche e psichiatriche, nelle forme più variegate.

Infine, si può notare come la superfetazione della Sicurezza abbia in sé un elemento magico. Al di là dell’indispensabile gestione della pandemia, questo momento pandemico vede, infatti, derive esoteriche.

Sembra di vivere, cioè, un momento nel quale ai nuovi maghi, i dottori, e alle loro pozioni, i vaccini, è chiesto di assicurare non solo la difesa della vita (cosa peraltro che non si può assicurare al 100%), ma anche la difesa dalla Paura, nel caso specifico la paura della morte, che da sempre accompagna l’uomo (sul punto rimandiamo al bellissimo racconto di Primo Levi).

Dovremmo vivere il momento della Scienza, che avrebbe dovuto guidare il mondo fuori dalla pandemia, e anzi come tale è stato presentato. In realtà, ponendo a fondamento di tutto la Sicurezza, e quindi la Paura, si rischia di vivere un momento magico, dove la magia nera dilaga.

Non abbiamo correttivi in proposito. E però piace ricordare la dialettica che tanti hanno usato nel post 11 settembre in contrapposizione al dualismo Terrore-Sicurezza, cioè la speranza (parola oramai caduta in disuso) contro la Paura. Perché solo la speranza, la piccola speranza per citare Péguy, può vincere la Paura.