31 Luglio 2021

Ben & Jerry's: i gelati che hanno incendiato il mondo

Una tempesta in un bicchier d’acqua, anzi in un cono gelato, sta scuotendo Israele, le cui autorità hanno protestato vibratamente per la decisione di una fabbrica di gelati americani, la Ben & Jerry’s, di non vendere più i suoi prodotti in Cisgiordania, gesto dimostrativo contro l’occupazione dei territori palestinesi.

A manifestare sdegno per la decisione quasi tutto l’arco costituzionale israeliano, con i soli laburisti a ritirare in extremis la firma in calce a una missiva di protesta indirizzata alle autorità americane, dettaglio quest’ultimo raccontato da Anshel Pfeffer su Haaretz.

Gelati e apartheid

Un passo formale da parte degli eletti della Knesset che è seguito a un profluvio di “dichiarazioni isteriche”, così Pfeffer, da parte di politici e autorità israeliane, che hanno tacciato l’iniziativa di “antisemitismo” e addirittura di “terrorismo”, associandola alla campagna internazionale Bds (Boycott, Divestment and Sanctions) da tempo oggetto di un duro contrasto da parte israeliana.

E proprio questa similitudine, forse, ha portato la battaglia all’incandescenza, perché la decisione ha toccato un nervo scoperto di Israele, che aveva già dato per vinta la lotta contro il Bds e l’ha vista riemergere, almeno nella percezione, sotto altre forme, con rischiose conseguenze.

Ma in questione non era solo il Bds e la paura di future emulazioni, anche la necessità di presentarsi come difensori dei cosiddetti coloni, minoranza che ha acquisito grande influenza nel Paese, e di scacciare dallo Stato israeliano l’ombra dell’apartheid,

Un’ombra che però ha una sua consistenza, come scrive Ravit Hect su Haaretz: “Dopotutto, cosa hanno fatto Ben & Jerry’s? Dicono la verità: la Cisgiordania non fa parte di Israele e la situazione in quell’aerea è inaccettabile. Ci sono due popolazioni in Cisgiordania: una senza diritti civili e una che gode della protezione e dell’aiuto dello Stato e gode persino dei favori della lobby politica più forte in Israele. Ognuna di queste popolazioni ha un sistema separato di leggi e tribunali”.

“Questo è uno stato di occupazione – alcuni lo chiamano apartheid. A ogni modo, è un’anomalia che non dovrebbe esistere in un paese democratico decente, certamente non per più di 50 anni”.

Il primo ministro Naftali Bennet si è mosso subito, contattando la Uniliver, multinazionale proprietaria dell’azienda di gelati, alla quale ha spiegato di “considerare grave” la decisione di Ben & Jerry, aggiungendo che Israele “agirà in modo aggressivo contro qualsiasi tipo di boicottaggio contro i suoi cittadini”.

E una campagna aggressiva è stata messa in campo da vari organismi ebraici americani, con diversi Stati Usa che hanno preso in considerazione iniziative contro Ben e Jerry’s e la stessa Uniliver.

Ben e Jerry’s non cedono

Sembrava che il caso dovesse chiudersi con la disfatta dei reprobi, ma così non è stato: se diversi ambiti ebraici americani hanno supportato le proteste israeliane, gli ambiti più progressisti, che votano democratico e quindi hanno un’interlocuzione privilegiata con l’Amministrazione Usa, sono scesi in campo in difesa della gelateria.

E il New York Times ha ospitato un intervento dei due fondatori, Bennett Cohen e 

“Pertanto – hanno scritto – sosteniamo inequivocabilmente la decisione dell’azienda di porre fine agli affari nei territori occupati, che la maggioranza della comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite, ritiene un’occupazione illegale”.

Nessun cedimento, dunque, alle pressioni, come registrato anche da Anshel Pfeffer, il quale ritiene che l’iniziativa di Ben e Jerry’s “potrebbe rivelarsi il momento in cui la voce pro-Israele-ma-anti-insediamento, che riflette un folto gruppo di ebrei della diaspora, probabilmente la maggioranza degli ebrei americani, si è manifesta finalmente in maniera articolata, orgogliosa e inequivocabile”.

L’attuale governo israeliano, aggiunge, dovrebbe smettere di usare della diaspora ebraica per combattere le sue battaglie, perché tanta parte di questa “non apprezzerà che gli venga chiesto di combattere contro una posizione che essi stessi condividono”.

“Non sono soldati di Israele – conclude Pfeffer – e il governo dovrebbe smettere di trattarli come tali”.

Gelati e spy story

La controversia dolciaria – forse per caso o anche no – è scoppiata negli stessi giorni in cui Israele veniva investito dalla terribile onda d’urto suscitata dallo scandalo della vendita del programma di spionaggio Pegasus a diversi Paesi autoritari, vendita, come accenna anche Ishaan Tharoor sul Washington Post, che non riguardava solo la ditta interessata, la Nso, ma anche la Difesa israeliana, che doveva concedere il necessario placet..

Così, come recita il titolo del Wp, “Il bisticcio di Israele con Ben & Jerry’s mette in ombra il suo scandalo spyware”. Ipotizzare che alcune forze politiche Israeliane abbiano forzato sullo scandalo del gelato per sviare l’attenzione mediatica da altro è azzardato, ma forse non del tutto aleatorio.

Di questa coincidenza temporale scrive anche Dahlia Scheindlin, della Century Foundation. sul Guardian, che spiega come la vicenda “NSO e il boicottaggio del gelato […], sono inseparabili”, perché la fabbrica di gelati ha solo denunciato la dura condizione dei palestinesi, ma ha anche messo a nudo la narrativa che legittima lo status quo, cioè la necessità di difendersi dai nemici (nel caso specifico, i palestinesi).

Narrativa che è alla base anche della vendita degli spyware ai Paesi autoritari, legittimata appunto da ragioni di “sicurezza nazionale” (Haaretz). Così, conclude la Scheindlin, “Israele eccelle nella sorveglianza, perché Israele sorveglia tutto il giorno, tutti i giorni, i palestinesi”.

Nota dura, quella della Scheindlin, forse troppo per alcuni dei nostri lettori, ma si è aperto un grande dibattito sul tema, destinato a durare, perché la questione palestinese non si risolverà a breve.