22 Luglio 2021

Pegasus e le guerre cyberspaziali

A movimentare un po’ questa estate rovente e tragicamente pluviale anche la spystory made in Israel, che ha come protagonista la Nso, società di cybersicurezza che ha venduto a mezzo mondo il suo avanzato sistema di spionaggio Pegasus, capace di infiltrarsi nei sistemi di comunicazione con una facilità nuova, senza cioè alcuna interazione da parte dell’utente.

Basta conoscere solo il numero telefonico dell’interessato, come da dimostrazione pubblica dell’azienda alle autorità saudite, invitate, durante la performance, ad acquistare uno smartphone nel vicino supermercato e poi a comunicare loro solo il numero del dispositivo. Dimostrazione riuscita in pieno, con i sauditi in visibilio e pronti a firmare gli impegnativi contratti predisposti.

Un aneddoto raccontato da Haaretz, che spiega come Netanyahu sia stato il principale sponsor dell’azienda. Nell’articolo, infatti, illustra la correlazione puntuale tra i viaggi dell’ex premier israeliano in giro per il mondo e l’acquisto da parte dei Paesi interessati alla visita di Pegasus.

Una puntualità sorprendente, per la quale rimandiamo al giornale israeliano. Certo, così fan tutti, ché la Nso non è l’unica azienda a vendere prodotti del genere (è in buona compagnia con americani, russi e quanti altri), ma il fatto che il Pegasus sia stato venduto a regimi autoritari e sia servito a spiare giornalisti e figure delle opposizioni ha gettato un’ombra scura sul tali operazioni.

Pecunia e geopolitica

Operazioni che, spiega ancora Haaretz, non erano solo a fini commerciali, ma avevano anche un valore “geopolitico”. Tanto che nell’articolo si tira in ballo anche la Difesa israeliana, chiamata a dare le necessarie autorizzazioni alla vendita di  software sofisticati a Paesi terzi.

Il giornale israeliano porta, infatti, alcuni esempi in cui interventi superiori hanno dettato la linea all’azienda in questione, e ad altre rivali (sempre israeliane). Esempi come questo: “Il fondatore e CEO di NSO, Shalev Hulio” ha raccontato ad Haaretz che “dopo che l’azienda aveva deciso di premere il famoso kill switch sul suo software, tagliando fuori quanti abusavano del suo sistema Pegasus, ha ricevuto la richiesta di riattivarlo per motivi diplomatici e legati alla difesa”.

In particolare, il software sembra sia servito ad accompagnare l’accordo di Abraham con i Paesi del Golfo, ma anche a favorire un “surriscaldamento” dei rapporti tra Riad e Teheran, sviluppo funzionale agli interessi di Israele.

Insomma, pur se create e gestite da privati, la Nso e le sue consorelle agivano in coordinamento con gli apparati israeliani. Ipotesi avanzata anche dal  Washington Post, che titola: “Funzionari della sicurezza degli Stati Uniti e della UE diffidano dei collegamenti della NSO con l’intelligence israeliana”. E così nel sottotitolo: “Funzionari e analisti affermano che l’azienda tecnologica di sorveglianza israeliana ha creato un prodotto di livello mondiale, ma alcuni sospettano una relazione con il governo israeliano”.

Guerre cyberspaziali

La Nso nega gli addebiti e si dice vittima di una campagna orchestrata, cosa ovvia la prima e più che plausibile la seconda, dal momento che si tratta di un segreto di pulcinella, e che accomuna tante aziende del settore, emerso a creare uno scandalo a orologeria.

Detto questo, probabilmente è un bene che, almeno per una volta, il mondo possa interrogarsi su certe operazioni e su certe commistioni; e più in generale, sui tanti significati del termine cybersicurezza.

Pur non potendo escludere scenari più ampi, che potrebbero vedere una lotta segreta tra intelligence di Paesi diversi – oggi che tra hackeraggi e spyware lo spazio digitale è diventato terreno di scontro sensibile -, è possibile che quanto sta avvenendo sia parte di uno scontro sottotraccia tra poteri israeliani, o almeno sia utilizzato anche a tale scopo dopo la sua emersione.

Uno scontro tra il vecchio e ultradecennale potere che faceva e fa riferimento a Netanyahu e quello che lo ha rimpiazzato, con partite che si giocano a ogni livello, interessando anche l’intelligence, nelle sua articolazioni pubbliche e private.

Ipotesi, solo ipotesi, ovvio, che, data la fluidità della materia, nel digitale non c’è certezza. E però, pur nell’incertezza, si può registrare certa imprudenza della Nso, le cui iniziative, pur di materia d’ombra, sono state realizzate alla luce del sole, Probabile che sapevano di poter contare su una copertura stellare, evidentemente svaporata con la dipartita di Netanyahu.

Di interesse, a latere, notare che Amazon ha subito bandito la Nso (Wired). E dire che il colosso di Bezos ha un rapporto alquanto complicato con la cybersicurezza, come denota anche la cooptazione nel suo consiglio di amministrazione del generale in pensione Keith Alexander, già capo della Nsa.

Un militare che ha conosciuto gli onori della cronaca grazie a wikileaks, che ha rivelato “una diffusa sorveglianza sulle comunicazioni statunitensi e internazionali presso la NSA, nel periodo in cui era guidata” da Alexander (Forbes). Di certo l’ex generale non è stato chiamato nell’azienda per giocare a Risiko.

Quanto a noi, semplici viandanti in questi tempi bui, Pegaso, il mitico cavallo alato, resta ancora un simbolo di libertà, nonostante l’abuso onomastico della cyberfollia.