15 Luglio 2021

Iran Usa: si tratta su nucleare e prigionieri

Ebrahim Raisi

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh ha affermato che “si avvicina la fine dei colloqui sul nucleare di Vienna”, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha confermato che “un possibile accordo è in procinto di essere concluso”. Inizia così una nota di al Manar che ribadisce quanto emerge su vari media e diverse fonti, nonostante voci in controtendenza che danno il dialogo per spacciato dopo l’elezione del nuovo presidente iraniano Ebrahim Raisi, perché esponente della destra religiosa e non interessato a un dialogo con l’Occidente.

Raisi e l’intesa con gli Usa

Retroscena che sembrava dovesse trovare conferma da una comunicazione pervenuta ieri ai media, nella quale Teheran informava la controparte che non avrebbe siglato alcun accordo prima dell’insediamento del nuovo presidente, che avverrà ad agosto.

In realtà è parte del normale gioco politico che il nuovo potere di Teheran voglia gestire in proprio il dossier, sia per attribuirsi il merito del successo, togliendolo agli avversari politici, sia per gestire i dividendi che l’accordo garantisce, dato che sbloccherà tanta parte dell’economia iraniana.

Uno sviluppo che è anche una garanzia per la controparte occidentale, dato che se a firmare fosse l’attuale presidente, Hassan Rohani, l’ambito di destra che supporta il suo successore potrebbe non sentirsi eccessivamente vincolato da esso. La firma di Raisi, invece, suggellando una convergenza tra destra e sinistra, renderebbe l’accordo inattaccabile da eventuali critiche interne.

Resta che, benché esponente della destra religiosa, anche Raisi è a favore dell’accordo con gli Stati Uniti, come ha affermato in passato. D’altronde immaginare che gli attuali negoziatori iraniani si muovano in dissenso con l’ayatollah Khamenei, figura di riferimento dell’islam sciita, è semplicemente  sciocco. E Raisi è l’uomo che Khamenei ha sostenuto, nel segreto, nella recente elezione presidenziale.

Il Consigliere per la Sicurezza nazionale di Israele

Sui negoziati pesa molto, è noto, il parere di Israele, che nell’era Netanyahu si confrontò duramente con quanti, in America, ne sostenevano la necessità.

Per questo la nomina del nuovo Consigliere per la Sicurezza nazionale di Tel Aviv da parte del premier Naftali Bennett ha un peso notevole sulla questione, perché indica in quale prospettiva si sta muovendo il nuovo governo di unità nazionale, che, sebbene sia guidato da un esponente dell’ultra-destra, ha nel centrista Yair Lapid il suo playmaker.

E Bennet ha nominato a questa carica così delicata Eyal Hulata, un ex funzionario del Mossad. Nel dare notizia della nomina, Haaretz scrive di una scelta a sorpresa, imprevedibile, anche perché Hulata aveva dato le dimissioni dal servizio segreto, ma che ha ricevuto ampi consensi.

Nel tratteggiarne un ritratto, Haaretz ricorda che Hulata ebbe a definire l’accordo sul nucleare iraniano “il male minore” e che persegue una linea di convergenza con gli Usa, opposta dunque a quella seguita in precedenza da da Netanyahu, che proprio sul nucleare di Teheran entrò in collisione con Washington.

Scambio di prigionieri

Insomma, sembra tutto pronto per ripristinare l’intesa che la precedente amministrazione Usa aveva maldestramente stracciato, acuendo le conflittualità globali.

Una nuova disposizione che sembra confermata da una trattativa che in questi giorni si è intrecciata tra Teheran e Washington su un altro punto dolente: i prigionieri di questa guerra fredda mediorientale, che ha conosciuto momenti roventi.

L’Iran ha dichiarato che sono in corso negoziati per uno scambio di prigionieri, dichiarazione che, sebbene non sia stata confermata chiaramente dalla controparte, trova una ratifica nell’intervista dell’inviato Usa per l’Iran, Robert Malley, che ha spiegato di voler trovare un accordo diverso da quello raggiunto nel 2016, che porto, a suo dire, risultati deludenti, dato che non riuscì a far uscire dalle prigioni iraniane tutti i detenuti americani.

I due negoziati corrono in parallelo, anche se ovviamente quello sul nucleare ha rilevanza geopolitica primaria, e si richiamano l’un l’altro, così che un’intesa sullo scambio di prigionieri anticiperà quella sul nucleare. Questo, almeno, lo schema che sembra delinearsi all’orizzonte, salvo imprevisti.

Incidenti di percorso

Imprevisti che non mancheranno, data l’influenza degli ambiti che si oppongono a questo storico passo, che non mancano, né mancheranno, di porre ostacoli sul cammino intrapreso.

Ieri, ad esempio, l’Fbi ha annunciato che quattro iraniani legati all’intelligence di Teheran avevano intenzione di rapire una dissidente iraniana rifugiata negli Usa, dove svolge attività giornalistica, crimine che sarebbe stato sventato dal Bureau.

il piano, afferma l’Fbi, prevedeva che la donna, dopo la cattura, fosse trasferita con un motoscafo in Venezuela da dove poi sarebbe stata rimpatriata nel segreto. Imputazione fantasmagorica, tanto che lo stesso capo dell’ufficio dell’FBI di New York, William Sweeney, ha ammesso che le accuse suonano come ‘una trama inverosimile di un film'” (Guardian).

La vicenda rischiava di mandare all’aria un passo distensivo intrapreso da Washington proprio ieri, concordato nell’ambito dei negoziati di Vienna, cioè lo scongelamento di parte dei beni iraniani sequestrati negli Usa, che Teheran userà per pagare i debiti contratti con Giappone e Corea del Sud per facilitare gli scambi commerciali con tali Paesi. Gli Stati Uniti hanno proceduto egualmente allo sblocco dei beni…