14 Luglio 2021

Le proteste a Cuba e i primi effetti collaterali

Le manifestazioni di piazza di Cuba, notizia che ha guadagnato le prime pagine in questi giorni, iniziano a essere relegate alle pagine interne, cosa che fa presagire un attutimento della crisi. La spallata al governo cubano c’è stata, ma parlare di regime-change è ancora prematuro.

Probabile che, come abbiamo scritto in altra nota, benché programmata da tempo, si siano accelerati i tempi per attivare la rivoluzione colorata cubana, col rischio di vanificarne la portata. D’altronde gli ultimi anni raccontano di tante rivoluzioni colorate fallite, da Hong Kong alla Bielorussia, dall’Iraq al Venezuela, certi meccanismi, prima infallibili, sembrano mostrare la corda.

Le proteste cubane, il golpe di Haiti e le esitazioni di Biden

In attesa di possibili sviluppi, si può notare che comunque le manifestazioni di piazza cubane hanno prodotto risultati collaterali più che utili a certi poteri americani che non si rassegnano ad accettare che l’America latina viva di vita propria.

Anzitutto la crisi cubana ha distolto l’attenzione dalle torbide vicende haitiane, che rischiavano di mettere non poco in imbarazzo gli Stati Uniti: non è usuale, infatti, che una Tv come la Cnn, notoriamente allineata con il Dipartimento di Stato Usa, denunci la massiccia presenza di ex collaboratori delle Agenzie americane in un golpe (Dea e Fbi).

Notizie che hanno iniziato a circolare sempre più diffusamente (vedi Daily Mail), nonostante le reiterate smentite degli Stati Uniti, e che, dopo le manifestazioni di Cuba, sono scomparse dai radar.

Forse è un caso, o forse no, ma va comunque registrato che l’organizzatore operativo del tentato (o riuscito che sia) golpe di Haiti, Christian Emanuel Sanon, abbia ordito la sua trama dalla Florida, Stato Usa che ospita gli esuli cubani anti-castristi, i più accesi sostenitori della necessità di un regime-change all’Avana.

Non solo, la crisi cubana ha posto criticità alle prospettive aperte dalla presidenza Biden per l’America latina, a cominciare proprio da Cuba, verso la quale si era impegnato a promuovere una politica diversa, ponendo fine, o almeno allentando, il duro embargo che la tormenta da anni, reso più stringente durante gli anni di Trump (e nonostante il Covid-19…).

Questo spiega anche l’esitazione di Biden a parlare delle proteste cubane, esitazione aspramente criticata dal senatore Marco Rubio, da tempo consegnato alla politica dei regime-change made in Usa, con particolare riferimento a Cuba, patria dei suoi genitori.

La riconciliazione in Venezuela

La crisi cubana ha anche un altro effetto collaterale che riguarda il Venezuela, come spiega un interessante articolo di William LeoGrande pubblicato sul National Interest,

La precedente amministrazione Usa, sotto la spinta dei falchi neocon (leggi John Bolton), ha tentato in tutti i modi di rovesciare il governo di Caracas: sia usando del tentativo velleitario di Juan Guaidò, l’autoproclamato presidente del Venezuela; sia comminando sanzioni durissime contro il Paese sudamericano, nel tentativo di alimentare il malcontento popolare contro il governo; sia con altre iniziativa più o meno oscure.

E però, nella tempesta, LeoGrande ricorda anche i timidi passi per cercare soluzioni alla crisi: “Il team di Trump si è opposto attivamente a un accordo negoziato; nell’agosto 2019, affondò il tentativo della Norvegia di mediare una trattativa tra governo e l’opposizione imponendo nuove sanzioni proprio mentre i colloqui iniziavano a fare progressi”.

Tale prospettiva, allora forse velleitaria, è però riemersa negli ultimi tempi. Scrive, infatti, il NI: “All’inizio di maggio, il Congresso filogovernativo del Venezuela ha nominato un nuovo Consiglio elettorale nazionale composto da cinque membri, due dei quali dell’opposizione; uno sviluppo che il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha salutato come ‘un primo passo indispensabile’ verso elezioni libere ed eque”.

Iniziativa vera, tanto che, come prosegue LeoGrande, “poco dopo Juan Guaidò […] ha abbandonato la sua opposizione al dialogo con il governo. Guaidó non ha solo accettato il negoziato, ma ha anche dato la sua approvazione a una graduale revoca delle sanzioni internazionali ‘per salvare il Venezuela’. Maduro ha risposto rapidamente a tale apertura, dichiarando che Guaidó era il benvenuto a partecipare alle discussioni già in corso con Capriles”.

Uno sviluppo che ha trovato un ampio consenso: “Il 25 giugno – scrive ancora il NI – gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea hanno reso pubblica una dichiarazione congiunta a sostegno dell’iniziale dialogo, promettendo ‘di rivedere le politiche delle sanzioni'” se i negoziati avranno un seguito.

Secondo il NI il successo di tale iniziativa dipende molto da Cuba, che secondo LeoGrande ha una grande influenza su Maduro e che ha tutto l’interesse a portare a compimento l’accordo per via del petrolio venezuelano di cui necessita (e del prestigio che ne deriverebbe, si può aggiungere).

D’altronde Cuba, per la sua storia e tanto altro, da tempo gioca un ruolo di primo piano nelle varie controversie che affaticano l’America Latina, basti pensare al ruolo fondamentale che ha giocato nel negoziato tra il governo colombiano e le Farc, concluso con un accordo che ha posto fine allo scontro ultradecennale tra le parti.

Insomma, era nell’aria non solo un attutimento delle sanzioni contro Cuba, ma anche un rapporto diplomatico riservato tra Dipartimento di Stato Usa e l’Avana per supportare una riconciliazione nazionale in Venezuela. Le manifestazioni di piazza di questi giorni complicano tutto, o forse, peggio, hanno fatto svaporare tali prospettive.