14 Luglio 2021

Thomas Sankara: il debito è il nuovo colonialismo - (2)

L’avventura di Thomas Sankara alla guida del Burkina Faso è durata poco più di 4 anni, ma non è stata vana utopia. Era un uomo pratico, di estrazione popolare, e sapeva quali erano le battaglie che andavano combattute per permettere ai burkinabè di provare a risollevare il paese, uno dei più poveri del mondo, con un tasso di analfabetismo altissimo, una aspettativa di vita di 40anni e lo spettro della carestia sempre alle porte.

Due pasti al giorno e acqua potabile

In due anni di lavoro riuscì ad assicurare ai 7 milioni di burkinabè  due pasti al giorno e acqua potabile, un traguardo utopistico ancora oggi per quasi tutte le nazioni africane.

Fece costruire infrastrutture di cui il Burkina Faso era quasi totalmente privo, come pozzi, scuole e ospedali e, in parallelo, cercò di affrancare il proprio paese dalla schiavitù degli aiuti internazionali sostenendo una sorta di autarchia, invitando cioè i cittadini a utilizzare i prodotti locali per favorire lo sviluppo agricolo e industriale, al quale aveva messo mano.

Sapeva che il ruolo della scuola era fondamentale per lo sviluppo del Paese e si impegnò a fondo e con lungimiranza nella lotta contro l’analfabetismo, iniziando col formare una classe di insegnati. Con un singolare anticipo sui tempi, iniziò una vera e propria battaglia green, non tanto a livello ideologico, ma sul concreto, combattendo la desertificazione che stava erodendo le terre del suo Paese, piantando alberi ovunque fosse possibile. Pari fu l’impegno per promuovere imponenti campagne vaccinali contro le malattie che ogni anno chiedevano migliaia di vite alla sua gente, come il morbillo, la meningite e la febbre gialla.

Straordinariamente moderno anche l’approccio alla condizione femminile a cui Sankara dedicò particolare attenzione: per la prima volta in Africa (e non solo) le donne assunsero per meriti ruoli di potere vero, nell’esercito, nella polizia e nella politica, fino ad assurgere alla dirigenza di alcuni ministeri dello Stato (e quando ancora la politica occidentale era appannaggio esclusivo degli uomini). “Dobbiamo dare un lavoro a ogni donna, dobbiamo dare alle donne i mezzi per una vita dignitosa”, diceva.

Il piccolo Burkina Faso in pochi anni era diventato non solo un Paese migliore, ma anche un esempio per altri Paesi africani. Cosa inaccettabile per i tanti ambiti di potere che avevano costruito imperi – finanziari, imprenditoriali, politici – grazie al saccheggio delle ricchezze del continente.

L’omicidio e la sua eredità

Come accennato nella nota precedente, Sankarà venne ucciso tre mesi dopo il discorso di Addis Abeba dal suo più grande amico e collaboratore,  Blaise Compaoré, con l’appoggio di mercenari di quel Charles Taylor che, “evaso” da una prigione americana, approdò in Africa divenendo in breve presidente della Liberia (dove consumò varie atrocità, per le quali in seguito venne condannato a  50anni di carcere).

Il bel documentario di Silvestro Montanaro “E quel giorno uccisero la felicità”, che RAI3 mandò in onda nel 2013, in orario da semi-clandestinità, narra anche delle complicità occidentali in questo tipico golpe africano, orchestrato da servizi più o meno segreti di tali Paesi.

Ucciso il suo ex amico, Compaorè prese il suo posto alla presidenza del Paese e si adoperò a cancellare tutte le riforme attuate dal suo predecessore, come anche la sua memoria, arrivando al punto di distruggere più volte la sua tomba, sempre ricostruita dai tanti che non l’avevano dimenticato.

Come recita la Treccani “Compaorè  avviò un formale processo di democratizzazione (nel 1991 si fece eleggere alla presidenza della Repubblica, carica in cui è stato riconfermato nel 1998, nel 2005 e nel 2010). Il Burkina Faso ha avuto un periodo di stabilità politica fino allora sconosciuta, che ha consentito l’apertura agli investimenti stranieri e l’adozione di misure di privatizzazione e liberalizzazione dell’economia in linea con le direttive del Fondo monetario internazionale“.  L’anomalia è rientrata e il mondo lo registra con la soddisfazione del caso.

Dell’aprile di quest’anno “la notizia che un tribunale militare burkinabè processerà l’ex presidente Blaise Compaoré per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara” (Il Fatto Quotidiano). Che questo tribunale possa fare piena luce sull’assassinio di Sankara, cioè anche sulle responsabilità dell’Occidente, appare alquanto impossibile, ma va così va il mondo.

“La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabé sono un po’ più felici grazie a essa: perché i burkinabé  hanno acqua potabile e cibo abbondante e sufficiente, sono in buona salute, perché hanno scuole e case decenti, perché sono vestiti meglio, perché hanno diritto al tempo libero; perché hanno l’occasione di godere di più libertà, più democrazia, più dignità. La rivoluzione è la felicità. Senza felicità, non possiamo parlare di successo”.. Thomas Sankara aveva descritto così il senso della sua azione, pochi giorni prima di morire.

Alla sua morte saranno resi noti tutti i suoi averi: 100 dollari e una chitarra.

Nota a margine. Spesso, nel criticare la Via della Seta cinese, l’America accusa la Cina di approcciarsi ai Paesi interessati a tale progetto globale usando la trappola del debito. Esattamente quella trappola che America ed Europa hanno usato e usano per soggiogare l’Africa e altri Paesi poveri del mondo… bizzarrie della propaganda.