9 Luglio 2021

Haiti: come si uccide un presidente

L’assassinio del presidente di Haiti Jevenel Moïse ha precipitato il Paese caraibico nel caos, dato che ha innescato una lotta di potere tra aspiranti successori, che potrebbe degenerare in uno scontro aperto, aggravando vieppiù le gravissime condizioni di uno dei Paesi più poveri al mondo e martoriato da una violenza dilagante e non arginabile.

Il tragico destino di un presidente

Violenza che negli ultimi tempi si era incrementata a causa dello scontro sociale innescato dallo stesso presidente, che ha rinviato più volte le elezioni politiche previste per il 2018 e governato da solo fino al momento del suo omicidio.

Nel frattempo Moïse, eletto nel 2016, aveva modificato Costituzione per rafforzare il potere presidenziale, cioè il suo, con decisione che doveva essere confermata da un referendum previsto per il prossimo 26 settembre, quando gli haitiani dovrebbero eleggere anche un nuovo presidente e un nuovo parlamento.

Moïse aveva quindi preparato il terreno per consolidare il suo potere attuale, ma qualcuno ha pensato di eliminarlo prima, troncando i suoi sogni di gloria. Restano ignoti sia il mandante che il movente dell’assassinio, che probabilmente tali resteranno.

Tre cose si possono affermare con certa sicurezza: l’operazione  che ha portato all’omicidio di Moïse è costata un mucchio di quattrini ed era ben pianificata. E evidentemente qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote, da cui il mezzo fallimento successivo.

Piano perfetto

La realizzazione dell’operazione è stata affidata a un commandos di mercenari formato da 28 persone, 26 colombiani e due haitiani con passaporto Usa.

Mercenari che erano sbarcati sull’isola un mese fa, dato che operazioni di questo genere abbisognano anche di pianificazioni in loco oltre che da remoto. Mercenari ben preparati e operazione ben pianificata, come dimostrano i video pubblicati dal New York Times.

In questi si nota come l’attacco alla residenza del presidente sia avvenuto con una tranquillità sorprendente. Una colonna di camion e di Suv si è avvicinata alla residenza, identificandosi come agenti della Dea, l’anti-droga americana (accreditamento ovviamente falso).

Quindi il corteo ha percorso il viale che porta alla casa di Moïse procedendo con calma, urlando che era in corso un’operazione anti-droga e facendosi consegnare la armi dalle guardie della presidenza. Così sono entrati indisturbati in casa di Moïse, dove hanno portato a termine la missione.

Stona non poco la sicurezza con cui si sono mossi i commandos: evidentemente per Haiti è qualcosa che appartiene alla sfera della normalità che la Dea possa entrare senza permesso nella casa di un presidente straniero e disarmare le sue guardie…

Finale a sorpresa

L’altra stonatura è che, però, gli assassini siano stati presi come polli dalla sicurezza haitiana. Impossibile che una missione del genere non prevedesse una manovra di esfiltrazione altrettanto ben pianificata.

Invece, la polizia di Haiti, evidentemente aiutata da qualcuno, li ha individuati e presi quasi tutti. La cattura più bizzarra riguarda undici di questi bravi ragazzi, che sono stati arrestati nell’ambasciata di Taiwan – Haiti è uno dei pochi Stati a riconoscere l’indipendenza di Taiwan – nella quale avevano cercato riparo.

L’ambasciata, per lo più deserta per via del Covid, sembra sia stata violata dai killer in fuga, con violazione notata dal personale residuo, che avrebbe avvertito la polizia, intervenuta tempestivamente.

Certo, l’ambasciata si trova nei pressi della residenza del presidente, ma resta la stranezza dell’intrusione violenta in una sede diplomatica che avrebbe potuto essere difesa, come prassi, da guardie armate, con possibile scontro a fuoco che delle persone in fuga dovrebbero evitare.

Ma al di là delle lacune di tale ricostruzione, resta che un’operazione così ben pianificata si è conclusa con un caotico rompete le righe, con i mercenari scappati ognuno per conto suo e presi in fretta da una polizia che certo non brilla per efficienza.

Da cui la possibilità – o sicurezza che sia – che qualche forza che ha una sua presenza nell’isola abbia avuto contezza di quanto stava avvenendo troppo tardi per salvare il presidente – o era semplicemente impossibilitata a salvarlo -, ma in tempo per mobilitare la caccia all’uomo.

La conga delle banane

Ciò detto, resta che quanto avvenuto sembra appartenere al passato, ai bei tempi delle repubbliche delle banane, quando le autorità dei Paesi latinoamericani godevano i frutti effimeri della compiacenza di potenti yankees che, grazie ai loro fantocci locali, potevano lucrare sulla pelle degli abitanti locali.

Fantocci che, all’occorrenza, potevano essere rimpiazzati, quando si facevano troppo esosi o quando i loro padrini cadevano in disgrazia e altri ne prendevano il posto.

D’altronde la storia di Haiti si è intrecciata in modo indissolubile con quella del potente vicino americano, da quando, nel 1915, Washington ha conquistato l’isola governandola fino al ’34. Storia passata che conserva certa attualità.

Certo, nel caso specifico, non c’è nessun elemento che colleghi la vicenda a qualche faida di potere consumata in ambito statunitense, così la suggestione resta tale. Una suggestione in qualche modo indotta anche dal precedente lavoro di Moïse, che era impresario e commerciava in banane, da cui l’appellativo di “Banana Man”, come dal titolo della nota di France 24.

Nota a margine. Riportiamo un titolo di Dagospia di oggi: “un gruppo hacker prende il controllo dei tabelloni elettronici dell’aeroporto di Caracas e pubblica un messaggio contro il presidente Nicolas Maduro [Maduro dictator ndr] – Il testo era accompagnato dall’acronimo ‘Dea’, l’Agenzia antidroga degli Stati Uniti che ha messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla sua testa”.